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"Medicina Alternativa"   per  CORPO  e   SPIRITO
"
Alternative Medicine"
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BANCHIERI e BANCHE, PIRATI, MAFIA, cioe' CRIMINALI
 

I Veri Pirati = Banchieri, Banche, Multinazionali

"L'attuale creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari.
La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto
". (By Maurice Allais, premio Nobel per l'economia)
vedi:
Origini segrete della Banca d'Inghilterra

Comunque la SOLUZIONE a TUTTI i PROBLEMI del MONDO e' GIA' QUI - vedi: Padroni del mondo, e' finita per voi !
SOVRANITA' INDIVIDUALE (Dichiarazione)

vedi: QUESTI i SOCI delle VARIE BANCHE Centrali + BCE + FEDERAL RESERVE & C. (nei fatti tutte private)
vedi: La struttura della TRUFFA EUROPEA

Il debito detto falsamente "pubblico" per di piu' totalmente fasullo ed inventato per schiavizzare la popolazione, nasce gia' con l'Unita' d'Italia:
https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.it/2016/09/il-debito-nasce-con-lunita-ditalia.html?spref=fb

....News sulla Banca d'Italia:
L’ultimo grande furto ai danni degli ignari italiani: BANKITALIA: “Ciò che sta accadendo senza che nessuno lo sappia” - Gennaio 2014
Riportiamo quanto pubblicato nel profilo facebook dell’europarlamentare Marco Scurria, già noto al nostro blog per essersi più volte battuto per la proprietà della moneta. Invitiamo pubblicamente tutti alla divulgazione di questo articolo e di tutti gli altri presenti sulla rete (tra cui questo post di Lucio di Gaetano nel blog beppegrillo.it) che informano sulla vicenda della svendita di Bankitalia.
L’ultimo grande furto ai danni degli ignari italiani.
By Marco Scurria

Nei prossimi giorni la Camera dei Deputati è chiamata a dare il parere definitivo al Decreto Legge di Letta e Saccomanni emanato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 27 Novembre, proprio mentre le telecamere dei media di tutto lo Stivale erano concentrate sulla decadenza da Senatore della Repubblica di Silvio Berlusconi. Il DL va a modificare l’assetto dei proprietari della Banca Centrale Italiana, oggi in mano ai maggiori cartelli finanziari operanti nel Belpaese, tra cui Intesa San Paolo, Unicredit e Assicurazioni Generali.
Continua QUI: Banca Italia


In RISPOSTA all'INTERVISTA RADIO di ERIC JON PHELPS e BARRY CHAMISH del 21 AGOSTO 2012
GUERRA INFORMATICA, 11 SETTEMBRE, CITY of LONDON CORPORATION, il PAPA, PIRATI MERCANTI e il COMMERCIO d'OPPIO, OMICIDIO di LINCOLN e CONNESSIONI fra NEW AGE e TRANSUMANESIMO

 

Un accostamento insolito: pirateria, mafia e Banchieri, Banche
Come i Morgan ecc, pirati ed i legami con i banchieri dal 1492, hanno oltre cinque secoli di esperienza
vedi anche: http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/pirati1.htm

Le banche non prestano denaro, vendono debiti...!
il denaro che inseriscono nei conti correnti dei loro "clienti" e' creato dalla vostra firma, quindi e' vostro, infatti quel denaro non e' nel bilancio della banca precedentemente alla vs firma....perche' e' vostro e non della banca, esso e' creato per voi dalla banca proprio dal NULLA !.....non e' suo !
......quindi NON dovete NULLA alla banca, ne' capitale, ne' interessi !
Il documento che vi fanno firmare e' una TRUFFA !

…fatevi furbi sono dei CRIMINALI TRUFFATORI assieme allo…. stato mafioso che li protegge....sulla pelle dei sudditi SCHIAVI !

Inoltre le banche evadono enormemente il fisco perche' immettono le cifre del denaro che hanno emesso dal NULLA nei loro bilanci come "debito" e non come credito, come dovrebbe essere, ed in questo modo non pagano le tasse sui capitali che sottraggono con l'inganno a chi ha firmato quel fatidico modulo, sulla cui firma hanno creato dal NULLA il denaro per il loro cliente che in realta’ e’ suo REGALATO dal NULLA.
QUINDI Sono anche dei LADRI ! ed EVASORI mostruosi ! e non pagano neppure I'VA sul servizio fatto....

Creazione del denaro dal nulla:
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1057521914001070

I mutui bancari sono una FRODE: come difendersi ?
http://marcodellaluna.info/sito/2015/07/26/i-mutui-bancari-sono-una-truffa-come-difendersi/

I ROTHSCHILD (il loro Impero) + I Bankers (banchieri) finanziarono anche Hitler !
Essi hanno sempre fatto enormi affari con la guerra, vendendo armi da una parte e dall'altra, ecco i documenti:
http://www.reformed-theology.org/html/books/wall_street/index.html


Guardate questi video vi illustrano come i CRIMINALI ci hanno resi SCHIAVI
....

 
 

Banchieri e sette segrete - Una setta di banchieri decide le sorti del mondo - Sono nove, si riuniscono il terzo mercoledì del mese, controllano tutta la finanza
Nove banchieri delle più importanti istituzioni finanziarie di Wall Street si riuniscono il terzo mercoledì di ogni mese nel Distretto finanziario di Manhattan per assicurarsi il controllo e la floridezza del mercato che più preoccupa la Casa Bianca: quello dei derivati.
L’amministrazione Obama ha tentato invano di sottoporli a rigidi controlli nella recente riforma finanziaria varata dal Congresso, e Paul Volcker, l’ex presidente della Federal Reserve consigliere dello Studio Ovale, ne è il critico più aspro, indicandoli come un mercato che "sfugge a ogni regola" e continua a minare la stabilità di Wall Street dopo aver già contribuito alla crisi del settembre 2008.
Ma le pressioni di Casa Bianca e Congresso hanno una debole eco nelle riunioni che vedono attorno ad un tavolo banchieri di giganti come JP Morgan Chase, Goldman Sachs, Deutsche Bank e Morgan Stanley interessati soprattutto a mantenere il controllo di scambi annuali per molti trilioni di dollari che sfuggono a ogni supervisione visto che i derivati sono prodotti finanziari in gran parte non quotati in Borsa.
Dunque vengono scambiati privatamente e spesso registrati nei bilanci in maniera così ambigua da suggerire sospetti di illeciti.
E’ proprio per indagare sul possibile rischio di frodi capaci di mettere a rischio la stabilità delle maggiori banche - e dunque i risparmi di milioni di cittadini - che il ministero della Giustizia di Washington ha creato una task force investigativa, il cui titolare Robert Litan ha scoperto il segreto del "club del mercoledì" finito sulla prima pagina del New York Times.
A dare corpo all’indagine sono state le testimonianze raccolte fra gli alti funzionari di Bank New York Mellon, fondata nel 1784, che hanno consentito di ricostruire come la loro richiesta di entrare nel "club del mercoledì" - che porta il nome di Ice Trust - sia stata rifiutata dai nove banchieri sulla base della convinzione che "la domanda non era sostenuta da un sufficiente volume di scambi di derivati durante l’anno".

"Si tratta di una risposta assurda perché siamo una delle banche da più tempo attive nel Distretto finanziario" ha fatto presente Sanjay Kannambadi, ceo della sussidiaria creata da Bank New York Mellon per entrare nell’Ice Trust, secondo il quale "il vero motivo per cui ci hanno tenuti fuori è la volontà di mantenere alti margini di profitto e di non condividere con altri la redazione delle regole che governano questo tipo di scambi".

Di fronte a tale ricostruzione Robert Livan non ha fatto altro che riscontrare la possibile creazione di un gruppo finanziario impegnato a gestire il mercato dei derivati con metodi non pubblici, sollevando lo scenario di qualcosa che assomiglia a una setta segreta di banchieri nel cuore di Wall Street per gestire i prodotti derivati che continuano a essere quelli capaci di garantire i maggiori profitti economici.

Da qui l’inchiesta, solamente all’inizio, che minaccia di mettere a soqquadro Wall Street. Gary Gensler, presidente della Commodity futures trading commission incaricata di regolare gli scambi della maggioranza dei derivati, suggerisce la necessità di "una maggiore supervisione sull’operato delle banche" al fine di scongiurare il rischio di intese non pubbliche destinate ad "aumentare i costi per tutti i cittadini americani". Ma i membri del "club del mercoledì" respingono tali accuse, affermando l’esatto contrario.
"Il sistema creato consente di ridurre i rischi esistenti in questo mercato e fino a questo momento la cooperazione fra noi si è rivelata un successo" ha dichiarato al New York Times una portavoce di Deutsche Bank, lasciando intendere che il super-club svolge quelle mansioni di controllo che la riforma finanziaria non è riuscita ad assegnare ad alcuna istituzione.
Tratto da: focus.it

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PIRATERIA
Il fenomeno della pirateria è antico e le prime scorrerie via mare si perdono nella notte dei tempi, già in epoca greca e romana. Il fenomeno era diffuso in tutta Europa, ma è nel XVII secolo che nasce la pirateria moderna nei mari delle Antille, la più conosciuta nell'immaginario collettivo; frutto delle rivalità mercantili dei governi del Vecchio Continente per il predominio dei mari del nuovo mondo, la moderna Pirateria si sviluppa in quei luoghi sia grazie a una serie di appoggi e favori sulla terraferma, sia per la presenza di numerose isole ricche di cibo, sia per i fondali bassi che impediscono inseguimenti da parte delle già lente navi da guerra. Col venir meno degli appoggi governativi, quelli che prima erano Corsari (pagati ufficialmente da Francia-Inghilterra) si trasformano negli indipendenti Pirati.
Le navi dei Pirati erano organizzate in Ciurme, guidate da un Capitano eletto da tutta la ciurma, mozzi compresi. Il bottino veniva diviso equamente fra tutti i membri.
I capitani più leggendari e passati alla storia furono Edward Teach, noto come Barbanera; aveva fama di essere uno dei pirati più feroci, e alla sua immagine e alle sue imprese (reali e leggendarie) si deve in gran parte lo stereotipo del "pirata cattivo" nella cultura. Francis Drake è sicuramente il più noto in quanto con la flotta Britannica ebbe la meglio sulla Invincibile Armada Spagnola.

Le "Indie Occidentali", scoperte da Cristoforo Colombo, furono meta non solo di avventurieri, coloni e marinai, ma anche di pirati. Lo stesso Ammiraglio genovese, durante il suo terzo viaggio, fu assalito da pirati di nazionalità francese e costretto a rifugiarsi a Madera. Il XVI secolo fu il periodo d'oro della pirateria inglese: segretamente favorita dalla regina Elisabetta I per ragioni politiche, registrò nomi famosi come Francis Drake, che riuscì ad indebolire la potenza spagnola, George Clifford che combatté contro i Portoghesi. Questi corsari (termine che definiva coloro che "correvano" il mare con la "patente" rilasciata da un governo legittimo) attaccavano e depredavano le navi spagnole che trasportavano in patria le ricchezze ricavate (e depredate) dal Nuovo Continente.

Nei primi decenni del secolo seguente, mentre in Europa la Francia e l'Inghilterra cercavano, con guerre continue, di contrastare la potenza della Spagna che stava divenendo sempre più formidabile, nel Mar dei Caraibi due vascelli, contemporaneamente, cercavano approdo sulle coste di un'isola, detta di San Cristoforo (nei pressi della Giamaica).
Una nave era di nazionalità inglese ed era comandata da Sir Thomas Warner, l'altra, francese, era guidata da un nobile di origine normanna, monsieur d'Enanbue. I corsari decisero di stabilirsi sull'isola e di convivere fraternamente, avendo trovato il suolo molto fertile e gli indigeni (di stirpe caribbica) affatto ostili; per alcuni anni i novelli coloni rinunciarono a corseggiare il mare per dedicarsi all'agricoltura, ma all'improvviso furono attaccati e trucidati da una squadra spagnola che rivendicava, a nome della madrepatria, tutte le isole del Golfo del Messico.

Video del prof. Auriti sul Debito pubblico, Signoraggio ed Usura dei Banchieri del mondo !

Chi erano i Pirati ? e da dove venivano ?
Gran parte erano marinai. Uno studio condotto sui pirati angloamericani operanti verso il 1720 nell’Atlantico occidentale e nei Caraibi indica che, nel 98 percento dei casi, erano ex marinai di mercantili o di navi della Royal Navy, o di imbarcazioni corsare. Molti erano entrati volontariamente a far parte dell’equipaggio pirata quando i loro vascelli erano stati catturati.
Il fatto che quasi tutti i pirati fossero navigatori professionisti spiega la loro abilità nel compiere le lunghe traversate che, spesso, li portavano dalla costa americana all’Africa e all’Oceano Indiano, e la loro capacità a trovare la rotta fra le scogliere e i banchi di sabbia insidiosi dei Caraibi e a sfuggire tanto spesso alle navi della Marina; ci aiuta inoltre a comprendere gran parte dei loro comportamenti e del loro atteggiamento verso la vita.

Ai tempi della navigazione a vela i marinai erano una razza a sé stante: parlavano un linguaggio tanto infarcito di espressioni tecniche da risultare quasi incomprensibile a un uomo di terra. Oltre a usare espressioni e modi di dire tipici della vita di mare, i naviganti avevano anche un aspetto particolare: il volto e le braccia erano segnati dal vento e dal sole, la pelle color nocciola. Molti di loro avevano cicatrici e ferite che si procuravano maneggiando le vele e l’attrezzatura durante le burrasche; inoltre, i lunghi mesi trascorsi su un ponte ondeggiante che ne metteva a dura prova l’equilibrio, conferivano loro un’andatura dondolante. Ma ciò che li distingueva era soprattutto l’abbigliamento: all’inizio del diciottesimo secolo gran parte degli uomini indossava giacche e panciotti lunghi, pantaloni al ginocchio e calze lunghe.

Sorprendentemente, esistono poche descrizioni dettagliate dell’aspetto dei capi pirata, e quelle che disponiamo sono raramente lusinghiere. La descrizione più memorabile resta, tuttavia, quella di Barbanera:

“Il capitano Teach portava il soprannome di Barba-nera per quei numerosi peli che, come una meteora orrenda, gli ricoprivano l’intera faccia, e spaventava l’America più di qualsiasi cometa che fosse mai apparsa in quel luogo.

La sua barba era nera, e lui la lasciava crescere fino a lunghezze stravaganti; quanto alla larghezza, gli arrivava fino agli occhi; egli soleva legarla con nastri, in piccole code, che portava dietro le orecchie: durante l’azione portava una cinghia sulle spalle con tre coppie di pistole che penzolavano nelle fondine come bandoliere; s’infilava micce accese sotto il cappello che, sbucando dai lati della faccia, insieme allo sguardo istintivamente feroce e selvaggio, gli conferivano un aspetto più terribile di quanto non si attribuisca a una furia infernale.”

La pratica dei pirati di attaccare armati fino ai denti è confermata da numerosi rapporti di arrembaggi: portare addosso numerose pistole non serviva solo a spaventare il nemico ma era una precauzione saggia; le armi a pietra focaia erano, infatti, poco affidabili in mare e, se la prima faceva cilecca a causa dell’umidità, un’altra poteva salvare la situazione.

Come gli altri marinai, i pirati erano perlopiù ventenni. La giovane età dell’equipaggio era un’esigenza dettata dalle difficoltà della vita in mare in ogni sorta di condizioni atmosferiche. Erano necessarie buona salute, agilità, resistenza, una certa forza fisica e la capacità di adattarsi ai disagi estremi, sopra e sottocoperta. I pirati delle Indie occidentali e del litorale americano provenivano da numerose nazioni marittime. Nel diciassettesimo secolo gran parte degli uomini imbarcati su navi bucaniere erano francesi o inglesi, ma tutti gli equipaggi erano tendenzialmente multietnici.

Storicamente vi sono stati diversi generi o tipi di pirati:

• Bucanieri (derivato da Boucan)

• Filibustieri (derivato dal nome francese Filibustirs, in inglese Freebooter, "saccheggiatori")

• Corsari (pirati pagati per catturare navi di nazioni ostili)

• Saraceni (i famosi pirati barbareschi del mediterraneo).

Il pirata era colui che saccheggiava e rubava in mare, un fuorilegge. Il corsaro era invece il comandante di un vascello armato e autorizzato dal proprio governo attraverso lettere di corsa o di marca, a catturare navi di nazioni ostili.

Le due categorie non erano cosi separate dato che in alcuni casi il corsaro, terminato il suo compito per l'accordo dei governi, proseguiva la propria azione sui mari senza più l'appoggio del proprio governo. I bucanieri, detti anche Fratelli della costa, erano una comunita di cacciatori e taglialegna che nella prima meta del XVII secolo integrava i proventi della caccia e del commercio del legname con razzie e rapine ai danni dei coloni bianchi e delle navi europee.

Quella dei bucanieri rappresenta la prima fase dello sviluppo della pirateria. Il nome bucaniere deriva da Boucan, una graticola sulla quale si faceva essiccare la carne. Sebbene ve ne fossero di molte nazionalita, i bucanieri erano per lo piu protestanti e provenienti da Inghilterra, Olanda e Francia settentrionale. La loro sede iniziale era l'isola di Espanola, nei Caraibi (Antille), ma un'operazione militare in grande stile organizzata dalla Spagna, loro bersaglio preferito, li costrinse a rifugiarsi sull'isola di Tortuga, distruggendo il loro sistema economico. Su quest'isola i bucanieri abbandonarono in gran parte la caccia e il commercio del legno per diventare pirati veri e propri.

Famosi bucanieri furono personaggi come Francesco Nau detto l'Olonese (Jacques Jean David Nau), Ravenau de Lussan, Bartolomeo il Portoghese, Rock il Brasiliano, Alexander detto Braccio di Ferro, Montbars lo Sterminatore. Un corsaro era un pirata che si metteva al servizio di un governo cedendogli parte degli utili ed ottenendo in cambio lo status di combattente (lettera di corsa) e la bandiera (il che lo autorizzava a rapinare solo navi mercantili nemiche ed a non ad uccidere persone se non in combattimento).

Molte navi corsare furono armate da societa private. Famosi furono i corsari inglesi (sir) Francis Drake ed Henry Morgan che sul finire del XVII secolo assaltavano i porti spagnoli nelle americhe e attaccavano i galeoni carichi di oro e argento diretti verso la Spagna.

DONNE PIRATA
Per centinaia d’anni la navigazione è stata un’attività quasi esclusivamente maschile. I pericoli, le privazioni e le assenze da casa non scoraggiavano, gli uomini dall’imbarcarsi; ai tempi della navigazione a vela era però impensabile che le donne si sottoponessero agli sforzi fisici richiesti dalla vita sul ponte e dall’ambiente umido, affollato e puzzolente che regnava sottocoperta. Vi era poi la credenza diffusa che una donna a bordo potesse causare gelosie e conflitti fra i membri dell’equipaggio, oltre che portar sfortuna.

A bordo di una nave del diciassettesimo o del diciottesimo secolo la privacy era quasi inesistente, malgrado sottocoperta vi fossero numerosi angoli bui in cui una donna avrebbe potuto nascondere, se necessario, la sua nudità.
Un mercantile del diciottesimo secolo era fatto quasi interamente di legno, pieno di cime incatramate, vele ammuffite, alberi e pezzi di ricambio, cime dell’ancora infangate, gabbie per polli, amache, casse personali, ceste di legno di ogni dimensione e numerosi barili contenenti acqua, birra, carne di maiale salata e polvere da sparo.
Vestita con pantaloni ampi, camicia larga, giacca da marinaio e una sciarpa o fazzoletto intorno al collo, un giovane donna robusta, che non soffrisse di vertigini, non avrebbe avuto difficoltà a passare per un adolescente.
Sottocoperta, fra il carico, gli animali e gli odori dell’acqua di sentina, del letame, del legno marcio e della canapa incatramata, sarebbe stato più difficile, ma non impossibile, per una donna nascondere il suo sesso, sebbene dovesse usare un po’ d’ingegno per adeguarsi ai servizi igienici, molto primitivi su gran parte delle navi.

Gia prima di intraprendere la carriera di pirata, l'inglese Mary Read (1690-1720) aveva scelto di vivere la sua vita da uomo. Travestendosi con abiti maschili, riuscì a combattere nelle file della Marina Inglese. Quando i pirati di Rackham (Calico Jack) catturarono la nave sulla quale era imbarcata, si unì a loro. Il suo coraggio era tale da far vergognare i suoi compagni di ventura. Durante un combattimento tutti i pirati, tranne uno, si nascosero, mentre lei e Anne Bonny si difesero strenuamente.
La Read uccise i codardi che non avevano combatutto da "veri uomini".

Anne Bonny dopo aver incontrato il pirata Jack Rackham, abbandonò il marito marinaio per seguirlo, travestita con abiti maschili. Quando incontrò Mary Read, anche lei vestita da uomo, si unì alla ciurma di Rackham, la Read confidò a Bonny il suo segreto e le due donne divennero ottime amiche. Quando i pirati di Rackham furono catturati, le due donne sfuggirono alla pena capitale perchè erano entrambe incinte.

In Cina le usanze, le tradizioni e lo stile di vita degli abitanti sono stati per secoli molto diversi da quelli occidentali. Non era raro per le donne comandare le giunche e condurle in battaglia. In tale contesto, e visto altresì che la Cina vantava una lunga tradizione di donne salite al potere grazie al matrimonio, non sorprende che una donna assumesse la leadership di una comunità pirata.

All'inizio del XIX secolo, una nutrita flotta di pirati, capitanata dalla "piratessa" Ching Shih, terrorizzava il Mar della Cina; fu eccezionale la vastità del suo impero: 1800 navi e 80000 pirati.

NAVI e VITA in MARE
Una nave pirata richiedeva tre caratteristiche: doveva essere veloce, affidabile e ben armata. Dall’esame dei documenti scritti riguardanti gli attacchi pirata avvenuti nei Caraibi e lungo la costa nordamericana fra il 1710 e il 1730 emerge che il 55 per cento degli assalti furono condotti con sloop. La tipica nave pirata era dunque lo sloop. Oggi il termine “sloop” indica una barca a vela con un’attrezzatura di taglio e un albero, sul quale sono issate una vela maestra e una singola vela di trinchetto o fiocco. Nel diciottesimo secolo il termine indicava anche un veliero di piccole dimensioni, armato di quattro – dodici cannoni sul ponte superiore e attrezzato con uno, due o tre alberi.

Ogni nave pirata doveva essere preparata ad affrontare forti venti e tempeste. I Caraibi e il golfo del Messico avevano il vantaggio di un inverno caldo e soleggiato, ma erano sferzati da uragani che si formavano nell’Atlantico e si abbattevano sulla regione con conseguenze devastanti. La Giamaica era uno dei luoghi più colpiti. Considerando le conoscenze di navigazione e le carte primitive usate all’inizio del diciottesimo secolo, sorprende che non sia naufragato un maggior numero di navi pirata.
Un capitano esperto era in grado di determinare la latitudine misurando l’altezza del sole a mezzogiorno con un quadrante ed effettuando semplici calcoli, ma, fino all’introduzione delle tavole di distanza lunare e l’invenzione del cronometro marino, non esisteva un metodo preciso per calcolare la longitudine in mare. Ciò significava che un marinaio poteva sapere, con uno scarto di cinque o dieci miglia, in che punto si trovasse in direzione nord-sud, ma non in quella est-ovest.
Naturalmente esistevano le carte, ma erano spesso inesatte, malgrado l’eleganza del disegno che indicava il profilo costiero generale e la posizione delle isole. Non era insolito che gli ufficiali disegnassero di proprio pugno le carte, indicando ancoraggi e profili costieri al fine di avere utili punti di riferimento per i viaggi successivi. I capitani delle navi ingaggiavano spesso timonieri esperti dei luoghi affinché li guidassero attraverso i bracci di mare pericolosi, nei porti o negli estuari. In teoria l’idea era ottima, ma troppo spesso essi si rivelavano incompetenti.

Le zone infestate dai pirati erano perlopiù correlate con le rotte commerciali atlantiche, caraibiche e dell’Oceano Indiano. Il passaggio fra Cuba e Hispaniola era la zona preferita dai pirati, poiché in quel braccio di mare potevano assaltare le navi provenenti dall’Europa, dall’Africa e dalla Giamaica. I viaggi dei pirati seguivano un andamento stagionale. Gran parte dei mesi invernali venivano trascorsi nelle calde acque dei Caraibi e solo verso aprile o maggio essi si spingevano verso nord. Oltre agli spostamenti nord- sud, vi era anche una migrazione est-ovest di navi pirata. La costa occidentale africana attirava molti equipaggi.

La differenza più significativa fra le navi pirata e le altre era rappresentata dall’organizzazione dell’equipaggio e dal codice in base a cui i pirati operavano. Il capitano deteneva il potere assoluto in battaglia ma in tutte le altre circostanze doveva sottostare alla volontà della maggioranza dell’equipaggio. L’autorità del capitano era ulteriormente limitata dai poteri conferiti al quartiermastro. Anch’egli era eletto dall’equipaggio ed è descritto come una sorta di magistrato civile. Aveva il compito di comporre le piccole controversie e l’autorità di punire con la frusta o col bastone. Oltre al quartiermastro, gran parte dei vascelli pirata avevano un nostromo, un cannoniere, un carpentiere e un cuoco. Esistono diversi esempi di codici dei pirati, ma il più esauriente è il seguente:

   I.              Ogni uomo ha diritto di voto nelle questioni in discussione; ha egual diritto a provviste fresche o liquori forti, presi in qualsiasi occasione, e può farne uso a piacimento, a meno che la carenza renda necessario, per il bene di tutti, porre un limite.

 II.              Ogni uomo verrà chiamato equamente a turno, in base all’elenco, a bordo delle prede poiché, in tali occasioni è consentito cambiare abiti: ma se froda la compagnia per il valore di un dollaro in argento, gioielli o monete, sarà punito con l’abbandono su un’isola deserta. Se la ruberia avviene tra i compagni, al colpevole saranno tagliate le orecchie e il naso, sarà messo a terra, non in un luogo disabitato, ma in un posto dove incontrerà sicuramente difficoltà.

III.              Nessuno deve giocare a carte o a dadi per soldi.

IV.              Luci e candele devono essere spente alle otto di sera; se un membro dell’equipaggio, dopo quell’ora, ha ancora inclinazione a bere, dovrà farlo sul ponte scoperto.

V.              I pezzi d’artiglieria, le pistole e i coltellacci devono esser tenuti puliti e pronti all’uso. (A tale riguardo erano estremamente raffinati, cercavano di superare gli altri con armi più belle ed elaborate, pagando, talora, a un’asta trenta o quaranta sterline per una pistola. In tempo d’azione queste venivano portate a tracolla dietro le spalle, appese ai nastri colorati, diventata così la maniera tipica dei pirati, e ne andavano molto fieri.)

VI.              Nessun bambino e nessuna donna sono ammessi a bordo. Se un uomo viene colto a sedurre un individuo dell’altro sesso, o lo porta in mare, travestito da uomo, sarà ucciso.

VII.              Il disertare la nave o la postazione in battaglia è punito con la morte o con l’abbandono in un luogo deserto.

VIII.              A bordo non sono ammessi duelli, ma le dispute devono essere terminate a terra, con la spada o la pistola. Il quartiermastro della nave, quando i pirati non giungono a una riconciliazione, li accompagna a terra con l’assistenza che ritiene adatta, e pone i duellanti schiena contro schiena, a una determinata distanza; alla parola d’ordine essi si girano e sparano immediatamente (altrimenti l’arma viene tolta loro di mano). Se entrambi mancano il bersaglio, è la volta dei coltellacci, e si dichiara vincitore chi ferisce per primo l’altro.

IX.              Nessuno uomo deve parlare di abbandonare tale stile di vita finché tutti non avranno 1000 sterline. Se a tal fine dovesse perdere un braccio, o diventare storpio in servizio, riceverà ottocento dollari dalla cassa comune, o una somma adeguata per le ferite minori.

X.              Il capitano e il quartiermastro devono ricevere due quote di un bottino: il primo ufficiale, il nostromo e il cannoniere una quota e mezzo, gli altri ufficiali una e un quarto.

XI.              I musicisti devono riposare la domenica, ma negli altri giorni e notti nessuno gode di favore speciale.

In tale codice, come in altri stilati da bande diverse, non si menziona l’omosessualità. Dal momento che risulta difficile che i pirati fossero pudichi a tale proposito, si deve supporre che questa non sia mai stata un problema o che fosse tanto diffusa e tollerata da non richiedere un articolo del codice per regolarla.
Tratto da: piratesworld.altervista.org

Video di Paolo Barnard, Rivoluzionario !

I Mercanti che generarono le Banche, Banchieri ed Assicurazioni
Il mercante e il banchiere 
Il mercante era un viaggiatore fino al periodo studiato: si muoveva lentamente via terra, più velocemente via fluviale e marittima; doveva avere molta pazienza e molto denaro.
Con lo sviluppo del comune il mercante diventa sedentario.
Nella sede centrale dei suoi affari dirigeva una rete di soci e impiegati; per concludere i contratti di compravendita si faceva aiutare dal notaio e usava sistemi raffinati di tecniche commerciali.
Si attribuisce ai mercanti italiani il merito dell’invenzione:
1. del registro a partita doppia
2. delle cambiali o lettere di cambio
3. delle assicurazioni

1 .Si annotava su una colonna i crediti, sull’altra i debiti, cosicché addizionando o sottraendo si poteva ottenere lo stato della contabilità. Romano sostiene però che i conti per lungo tempo vennero effettuati con i numeri romani e non con quelli arabo-indiani (ciò significa che pur nell’innovazione del registro a partita doppia persiste un elemento di tradizione e quindi di ostacolo)
2. invece di far viaggiare grosse quantità di denaro, operazione pericolosa e faticosa,  il mercante depositava presso un banco il suo denaro e si faceva dare in cambio alcune ricevute che valevano come il denaro depositato.
3. Soprattutto i mercanti che usavano il mare come mezzo per le proprie operazioni commerciali avevano bisogno di coprirsi dal punto di vista del rischio. Così nacquero le prime assicurazioni che in qualche modo li tutelavano.

Col tempo si formarono compagnie di banchieri così ricche da fare prestito al Papa o al Re (andavano però spesso incontro al fallimento perché i Re non saldavano i debiti > vedi Baldi e Peruzzi)

I banchieri guadagnavano in molti modi: prestavano ad interesse denaro ai propri clienti anche se l’usura restava vietata dalla chiesa (per questo veniva praticata dai cittadini non-cristiani, spesso da ebrei); ma ormai un tasso di interessi che non superasse il 20% era ammesso nella pratica quotidiana.
Oltre ai banchieri esercitavano il mestiere di cambiavalute: circolavano infatti molti tipi di monete, diverse di peso e quindi di valore. Per pagare grosse cifre per merci di lusso era scomodo usare monete con scarsa percentuale di argento.
Firenze, Genova, Venezia a metà del 1200 iniziarono a coniare monete d’oro: il Fiorino, il Genovino e il Ducato.
Le monete d’oro erano segnale sicuro di benessere e ricchezza.

I banchieri sul banco avevano una bilancia in cui pesavano le monete per calcolare il cambio e anche questa poteva essere un occasione di grossi guadagni.
Il mercante doveva conoscere le lingue volgari: in principio la lingua internazionale del commercio fu il francese, per l’importanza delle fiere della Champagne.

Uno dei più antichi testi conosciuti in lingue italiana è un frammento di canti di banchieri fiorentini risalente ai primi decenni del XII secolo.
Nei centri di scambio c’erano gli interpreti ma furono i mercanti i primi a redigere per il proprio uso dizionari bilingui, ad esempio in arabo e latino.
Tratto da: skuola.tiscali.it

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L'origine delle banche
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La banca è un'attività che ha origini molto lontane, infatti esisteva fin dai tempi dei romani e greci.
L'attività bancaria si è sviluppata soprattutto nel Medioevo con il fiorire dei traffici grazie a Firenze, Venezia, Milano etc. che scambiavano merci con stati esteri e di conseguenza si è sviluppata la circolazione monetaria.
La banca dei cambi nacque ad Amsterdam nel 1609 ed era vista come un organismo di pubblica utilità in Europa.
Altre banche importanti sorsero in Olanda, Gran Bretagna e Francia le quali assumevano già le caratteristiche principali delle attuali banche.
Le banche originariamente si occupavano solo di funzioni di deposito e custodia della ricchezza, successivamente passarono alla funzione di sviluppare ed incentivare l' economia. Le banche divennero estremamente potenti agli inizi del 1900 con l'avvento dell' era industriale.
L’accademico Giorgio Felloni, ha insegnato economia per decenni all’università di Genova.
E c’è una sua recente scoperta, che avendo completato il suo lavoro egli è pronto ad annunciare: il capitalismo, il moderno sistema finanziario, le regole che governano le odierne banche centrali, sono stati inventati nel 1408, quando otto personaggi si riunirono nella grande sala della Casa di San Giorgio, per salvare la repubblica marinara di Genova dalla bancarotta in cui l’aveva ridotta la guerra contro Venezia. Perciò crearono una banca, il Banco di San Giorgio, che è esistita per quattro secoli, sino al 1808, ma che non era mai stata studiata a fondo, proprio per la difficoltà di accedere alla sua documentazione storica.

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Pure le banche hanno una storia - By Paolo Rota da: «Historia» nr. 46 settembre 1961
Da quanto esistono le banche ?
Chi furono i primi banchieri ?
Quali furono le prime operazioni bancarie ?
L’uso di conservare in luogo sicuro i propri risparmi e di ricorrere ad altri per ricevere denaro a prestito, nei momenti di necessità, è antichissimo.
Nell’antica Grecia i cittadini solevano affidare i propri averi nientemeno che ai sacerdoti i quali li conservavano nelle tranquille solide mura dei templi, certi che anche nei momenti di maggiore pericolo, nei duri tempi delle invasioni straniere, quei piccoli o grandi risparmi sarebbero stati rispettati, come erano rispettati gli stessi Dei. In epoche più progredite, però, e dopo alcune penose esperienze dovute alla mancanza di rispetto dei luoghi sacri da parte dei nemici vincitori, si sentì la necessità di trovare alcuni privati cittadini che si occupassero non solo di conservare o prestare danaro, ma anche, e principalmente, di effettuare scambi tra monete di paesi esteri.
Sorsero così i primi antenati degli odierni banchieri: uomini attivi e di provata onestà che avevano le loro rudimentali botteghe accanto ai grandi porti o, più semplicemente, che nei giorni di mercato esercitavano le loro funzioni nella pubblica piazza.
Dette persone erano chiamate «trapezisti» e, almeno alle origini, erano per la massima parte stranieri, venuti schiavi in Grecia, che avevano acquistato la libertà a costo di molte e dure fatiche.

A citare un Rothschild è proprio parlare di banche. A uno di questi banchieri famosi capitò una volta di spiegare come si fa a essere attivi negli affari. A lui pareva che per prima cosa di dovesse nascondere quello che ci si proponeva di fare; poi, e si va nel più difficile, bisognerebbe fingere dei progetti puramente immaginari. Da ultimo, bisognava dire fuori dai denti quel che si vuole veramente fare: con il risultato che nessuno ci crede. E questo modo è il modo migliore per riuscire negli affari. E’ l’estremo dell’astuzia.
Coloro che dovevano intraprendere un viaggio si fidavano talmente di questi rudimentali banchieri, da affidare loro talvolta anche l’inero proprio patrimonio, sicuri come erano che, l’avrebbero ritrovato non solo intatto, ma aumentato degli interessi maturati nel periodo della loro assenza.
I banchieri romani, venivano chiamati «argentarii», o «nummularii»; e avevano botteghe proprie in tutti i quartieri della capitale e spesso anche succursali sparse un po’ ovunque per il vasto impero. Nessun commerciante, uomo d’affari, piccolo o grande proprietario, infatti, nei tempi dell’antica Roma pensava di poter tenere il denaro al sicuro in casa; tutti sapevano che, solo dando i propri capitali ai banchieri, ne avrebbero potuto ricavare un buon interesse. Quando un Romano doveva pagare somme rilevanti, poi, aveva l’abitudine di portare dal proprio banchiere di fiducia il cliente e tramite il banchiere effettuava pagamenti ed affari d’ogni genere.
Nel Foro, sotto gli archi dei templi di Giano e di Castore, sorgevano, in età imperiale, vere e proprie banche; e tanto era considerata la professione dei banchieri, che ben presto si sentì la necessità di porre l’intera categoria sotto l’alta protezione d’una divinità: fu scelto non si sa bene per quale misteriosa ragione, il dio Mercurio, l’alato nume che tutelava contemporaneamente i ladri ed i bambini.
Nel Medio Evo, prima ancora che sorgessero i primi grandi banchieri che per secoli legarono il loro nome alla storia di re e nazioni, esistevano molti «campsores», ossia cambisti: vale a dire funzionari che si occupavano di cambiare rapidamente i tipi di moneta in uso in un determinato paese, con quelli in corso altrove: veri antenati dei moderni cambiavalute, preziosissimi per rendere più agevoli e semplici i commerci ed i rapporti tra stato e stato.

Più tardi, con il nome di «campsor» si indicò anche il banchiere vero e proprio; mentre il nome «banca» deriva certamente dai banchi o tavoli sui quali i «campsores» posavano il denaro necessario per svolgere la loro attività. Banchi coperti di panno verde, sui quali facevano spicco le borse ben ricolme ed i registri con i nomi dei vari clienti.
L’attività di quei banchieri, però, era in parte limitata dalle leggi della Chiesa, per la quale chi prestava denaro, chiedendo interessi, era considerato peccatore. Gli imperatori Costantino, Teodosio, Valentiniano, Arcadio, però, a poco a poco, con disposizioni sempre più liberali, resero legale «l’usura» (così si chiamava l’interesse); e quando si giunse al XII secolo non esisteva in Europa banchiere che non facesse dell’usura la propria principale fonte di guadagno.
I primi banchieri genovesi, pisani, veneziani, fiorentini che appunto nel XII e nel XIII secolo iniziarono la loro attività, portando le loro sedi sin nella lontana Inghilterra, in Francia, in Spagna, si dedicarono tutti indistintamente al traffico del danaro; ossia dell’usura. Ma ben presto le loro pretese divennero eccessive, gli interessi richiesti parvero addirittura passibili di pena, e, nel 1291, il re Filippo IV espulse dalla Francia, i banchieri italiani; nel 1240 Eduardo III li cacciò dall’Inghilterra, ove poterono far ritorno solo dieci anni dopo, sotto l’egidia del pontefice; per essere, però, nuovamente espulsi dopo poco tempo.

I banchieri fiorentini, tra gli altri, quelli che maggiormente si distinsero per abilità, intraprendenza, capacità organizzativa. Le grandi famiglie di commercianti, quali i Bardi, i Peruzzi, gli stessi Medici, costituirono vere e proprie società familiari, riunendo il capitale posseduto da ogni membro fino a formare colossali aziende, che divennero, nel volgere di pochi decenni, arbitre della storia; non solo commerciale ma spesso anche politica di mezza Europa. Avevano succursali in tutta l’Europa, in Africa, in Asia Minore: sovvenzionavano guerre, lotte tra famiglie rivali, commerci in grande stile con i più lontani paesi dell’Oriente. (…)
Quando, nel secolo XIV, per la ben nota vicenda, il re d’Inghilterra rifiutò di pagare ai banchieri fiorentini Bardi e Peruzzi la favolosa somma di 1 milione e 365.000  fiorini d’oro che doveva loro, nel crollo che seguì l’aspra contesa furono travolte infinite altre compagnie fiorentine: quelle degli Acciaiuoli, dei Corsini, dei Bonacorsi e via dicendo; ma tanto ricca e tanto industriosa era in quel tempo la gente toscana, che nel volgere di pochi anni la città si risollevò dal crollo pauroso e i suoi abili banchieri ripresero il loro posto di preminenza nel mondo.
La compagnia di Lorenzo e Giuliano dei Medici fu costituita nel 1461, con un capitale di 12.000 fiorini d’oro. Nel 1475 furono in grado di prestare ad Edoardo IV d’Inghilterra ben 30.000 fiorini d’oro e divennero, poi, banchieri e sovvenzionatori dell’arciduca d’Austria e del duca di Borgogna.

Nel secolo XV un po’ ovunque, per tutta l’Italia, fiorirono ricche e stimate compagnie bancarie: a Venezia il famoso Banco Soranza, seguito da quello di «Casa Priuli», e dal Banco Pisani, per non citare che i maggiori. A Genova ricordiamo il grande Banco di San Giorgio; a Milano quello di Sant’Ambrogio sorto nel 1593; a Napoli il «Banco di Napoli», il più antico istituto di credito d’Europa, e, in seguito, i diversi «Monti» (Monte di pietà, di Sant’Egidio, dello Spirito Santo, dei Poveri) sorti come opere di carità per venire incontro alle necessità degli strati più poveri della popolazione partenopea, dopo la cacciata degli Ebrei ad opera di Pietro da Toledo nel 1540: Ebrei che, malgrado i loro difetti, arrecavano tanti vantaggi a tutti i cittadini.
Nel secolo XVII sorse a Siena il «Monte dei Paschi»; mentre nel secolo XIX si costituirono molte banche che ancor oggi prosperano in Italia: le «Banche Popolari» create a cominciare dal 1864; la «Banca Commerciale Italiana» nel 1894.

E ora una curiosità: volete sapere quando ebbero origini le cambiali, «croce e delizia» dei nostri tempi ?
Secondo l’opinione più corrente le «lettere di cambio» o «cambiali» furono un’invenzione italiana del Medioevo, allo scopo di rendere più facile ed agevole la circolazione del danaro.
La più antica cambiale che si conosca risale al lontano 1207 e in essa così si legge: «Nell’anno 1207 Simone Rubens banchiere dichiara di aver ricevuto L.34 in danari di Genova, con 32 danari di quali, Simone Rubens, fratello di lui, deve dare in Palermo 8 marchi di buon argento a colui che presenterà questa carta».
Il primo protesto noto, invece, risale al 1384 e venne elevato da un notaio genovese contro un tal Antonius Laurentius. Ma prima di lui e, principalmente, dopo di lui quanti non onorarono il pagamento di una cambiale ?
Tratto da disinformazione.it

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Mercanti e banchieri d'Italia  - By Renato Dorfles, Giuliano Finardi, Ettore Manerba
La storia economica è una branca relativamente recente della saggistica, almeno nella tradizione storiografica italiana.
La colpa, se vogliamo, è stata in buona parte di Benedetto Croce e del suo concetto hegeliano secondo il quale "la storia è storia delle idee": concetto che ha permeato di sé buona parte della cultura e della critica italiana nei primi cinquant'anni del Novecento. E infatti in Storia d'Italia dal 1871 al 1915 e in Storia d'Europa nel secolo decimonono, pietre miliari di un certo modo di intendere la storia, le vicende economiche della penisola non rivestono alcun ruolo, né hanno alcun peso.
Così, storici italiani anche eccellenti trascurarono del tutto questo versante della ricerca.
Valga per tutti l'esempio de L'età del Risorgimento italiano di Adolfo Omodeo, mentre anche l'ottimo Federico Chabod nello splendido L'Italia contemporanea (1918-1948) getta "un rapido sguardo alla situazione economica e finanziaria", ma privilegia le determinanti "politiche e morali" degli avvenimenti storici.
Insomma, la storiografia italiana si è dovuta liberare del paradigma crociano per poter esplorare a fondo la storia economica del Paese. Ma ha anche dovuto attendere l'avvento della democrazia per poterlo fare senza condizionamenti. Così gli storici italiani (e quelli stranieri che hanno studiato la penisola in sé o nel contesto europeo) hanno scoperto un'Italia che, successivamente alle invasioni barbariche e alla ripresa economica e demografica che rivitalizzò l'Europa attorno al Mille, si stava preparando lentamente ad assumere una pressoché incontrastata egemonia economica del Continente, come racconta Gino Luzzato in Breve storia economica dell'Italia medievale. Nei Comuni e negli Stati italiani si assistette alla nascita di una potente borghesia mercantile e finanziaria che assunse un crescente potere e svolse un ruolo determinante nella conduzione della vita pubblica (si legga, in proposito, il bel saggio di Gaetano Salvemini Magnati e popolani in Firenze tra il 1280 ed il 1295, ormai reperibile solo in biblioteca). L'assenza di un forte potere temporale e di Stati interessati a perseguire una politica di potenza favorì l'identificazione tra gli interessi dei mercanti e dei banchieri e quelli degli Stati cui costoro appartenevano.
Pertanto, a partire dal 1300, la storia economica d'Italia fu la storia dei banchieri fiorentini che facevano disperare Dante, il quale parlava della "gente nova e i sùbiti guadagni" che "orgoglio e dismisura han generato Fiorenza in te sì che tu già t'en piagni". Come ci racconta Kindleberger in I primi del mondo, questi banchieri finanziavano guerre e altre imprese (anche fantasiose) delle case regnanti europee, con alterne fortune. I Ricciardi di Lucca concessero nel 1272 un prestito di 400.000 sterline alla Corona inglese e fallirono perché i quattrini non vennero restituiti, mentre i Bardi e i Peruzzi (che erano riusciti a salvarsi dal dissesto del re d'Inghilterra) fecero bancarotta per avere aiutato Edoardo III a finanziare la Guerra dei Cent'anni.
Maggiori livelli di raffinatezza raggiunsero i "banchieri" genovesi, che contrabbandarono in Turchia, Paese d'elezione del loro commercio, delle false monete francesi, i "Luigini", come informa Carlo M. Cipolla nel gustosissimo, ma non per questo meno rigoroso, libretto Tre storie extra vaganti. Tutti della stessa stirpe, i genovesi, ove si pensi che i celeberrimi Doria facevano rapinare, prima che arrivassero in porto, le navi della loro flotta, per non pagare la merce che trasportavano e per intascare, quando c'erano, le assicurazioni.
Di più ampio respiro è la storia mercantile e finanziaria di Venezia, narrata dal Lane nel suo Storia di Venezia: i mercanti della Serenissima si spinsero ad aprire filiali commerciali a Bruges, a Colonia, ad Augusta, a Lubecca, ad Amsterdam, e crearono nella loro città il principale centro commerciale del mondo del Quattrocento. Purtroppo, con quella ciclicità di lungo periodo della Storia che non è stata mai misurata con esattezza, ma che sicuramente esiste, la straordinaria intraprendenza della borghesia italiana incominciò a declinare. Kindleberger e Cipolla (quest'ultimo nel suo Storia economica dell'Europa pre-industriale) ricordano come l'avvio di questo declino sia stato dovuto a diversi fattori, i principali dei quali furono la fine del Mediterraneo come centro del mondo (era stata scoperta l'America e il pianeta era inclinato ad ovest), l'assenza di uno Stato in grado di "esportare" potenza economica, e la scarsa propensione della borghesia italiana (più mercantile che imprenditoriale) a compiere innovazioni produttive che richiedessero un'elevata intensità di capitale. Una caratteristica, questa, che connota ancora oggi l'imprenditoria del nostro Paese.
Alberto Caracciolo, nel settimo volume einaudiano della Storia d'Italia, descrive dunque una penisola che, dalla seconda metà del Cinquecento all'intero Settecento, è un Paese eminentemente agricolo, ai margini delle grandi correnti dei traffici, escluso dai progressi tecnici che caratterizzarono altri Paesi. Così, mentre alla fine del Settecento le innovazioni tecnologiche diedero l'avvio in Inghilterra alla prima rivoluzione industriale, l'Italia, anche sotto il profilo economico, fu niente più di un'espressione geografica, caratterizzata da una totale assenza di stimoli derivanti dagli Stati della penisola e da un equilibrio economico-commerciale fondato eminentemente, assai più che in passato, dal predominio dell'agricoltura da autoconsumo su quella commercializzata.
"Il processo di trasformazione che ha fatto (anche) dell'Italia una nazione industrializzata e moderna ebbe i suoi inizi nella seconda metà del Settecento, in concomitanza con la ripresa economica internazionale", sostiene Guido Pescosolido nel bel saggio Unità nazionale e sviluppo economico. L'autore la prende un po' alla lontana e i segnali di un vero mutamento nel Paese non sono facili a cogliersi (se non in zone come il Regno di Sardegna) fino alla seconda metà dell'Ottocento.
Anche Pescosolido, infatti, rientra nel novero degli storici che considerano l'Unità d'Italia come il vero discrimine, lo spartiacque della storia economica del nostro Paese. Ed è proprio a partire dall'Unità che riemerge, nella storiografia economica italiana, il ruolo della borghesia, classe nata precocemente nel XIV secolo e quasi scomparsa dalla scena tra la fine del Cinquecento e l'inizio dell'Ottocento. Dal 1861 in poi, la storia economica italiana può essere letta (sia pure con qualche piccola forzatura) come storia del ruolo della borghesia, del ruolo dello Stato e dello strettissimo rapporto tra questi soggetti.
Numerosi storici concordano su questo, anche se da posizioni e con accenti diversi: Gino Luzzato in L'economia italiana dal 1861 al 1894, Valerio Castronovo in Storia economica d'Italia, Rosario Romeo in Breve storia della grande industria in Italia 1861-l961, (ora fuori commercio), Rodolfo Morandi nel suo breve e brillante Storia della grande industria italiana, (rapidamente esaurito). Se invece si cerca una sintetica ma acuta panoramica dell'evoluzione dell'economia italiana a partire dall'Unità, ci si può avvalere de L'economia italiana, di Giovanni Balcet.
In realtà, come ha messo in luce Paul Ginsborg in Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, si possono individuare alcuni temi e problemi che sono stati "una costante nella storia italiana, almeno a partire dal Risorgimento". Tra di essi, uno dei principali è stato "l'incapacità delle élites di stabilire un'egemonia sulle classi subalterne".
La borghesia italiana non è stata in grado di svolgere il ruolo trainante proprio di una classe dominante; non è riuscita ad elaborare un proprio concetto di Stato, e pertanto non si è impadronita di esso. Lo Stato, da parte sua, ha operato come autentico propulsore dello sviluppo economico della penisola.
E' vero, come sostiene Pescosolido, che "la spinta demografica e il mercato agirono prima e con maggiore intensità dello Stato" nel far uscire l'economia italiana dalla crisi alla fine del Settecento. Ma è altrettanto vero che in un sistema strutturalmente in ritardo rispetto al resto d'Europa e nel quale, ad esempio, l'assenza del carbone (come ha dimostrato inequivocabilmente Carlo Bardini in Senza carbone nell'età del vapore) ha rappresentato un vincolo importante allo sviluppo dell'industria pesante negli ultimi trent'anni dell'Ottocento, il ruolo dello Stato ha assunto carattere di straordinaria rilevanza.
L'Italia che intraprendeva l'avventura della rivoluzione industriale era un Paese in ritardo rispetto alle altre grandi nazioni europee, e il sistema di libero scambio al quale si ispirarono i governi della Destra Storica venne vissuto dalla nascente borghesia imprenditoriale italiana come un ostacolo alla crescita industriale del Paese. Castronovo descrive nei particolari come in poco tempo, tra gli anni '70 e '80 dell'Ottocento, si crearono in Italia forti gruppi di interesse che premevano per una politica espansionistica nei confronti dell'estero (e da qui le avventure abissine dell'età di Crispi) e per il sostegno statale nei settori siderurgici, della meccanica pesante e della cantieristica. La Storia dell'Ansaldo, curata da Castronovo, descrive questo fenomeno, esaminandolo attraverso gli eventi di un gruppo industriale che, allora, rappresentava un crogiolo nel quale si fondevano sviluppi tecnologici e interessi politici, spirito imprenditoriale e volontà affaristiche, mentre il saggio Perrone.
Da Casa Savoia all'Ansaldo di Paride Rugafiori legge il medesimo fenomeno attraverso la vita, piuttosto spregiudicata, del patron dell'azienda genovese.
Fu cedendo a questi gruppi di pressione che nel 1877 venne istituita la famosa "tariffa", cioè il dazio doganale. Citiamo questo evento poiché rappresenta a giudizio di numerosi storici, (Morandi, in particolare), uno dei principali atti politici volti a proteggere, salvaguardare e trainare lo sviluppo della grande industria italiana. Una grande industria che non tese ad assumere una posizione di leadership e di indirizzo nello sviluppo del Paese, ma si limitò ad estorcere alla Pubblica Amministrazione commesse di favore, contributi e finanziamenti.
Non tutta la nascente industria italiana si può riconoscere in questi comportamenti. Vi furono alcuni industriali del Nord-Ovest che ebbero una visione in parte diversa del ruolo dello Stato. Lo si scopre leggendo, ad esempio, la biografia del simbolo del capitalismo italiano, Giovanni Agnelli, scritta da Castronovo.
Fu in ogni caso tutta la grande industria a spingere per la partecipazione italiana alla prima guerra mondiale. Racconta Castronovo che Perrone, padre-padrone dell'Ansaldo, aveva addirittura elaborato e sottoposto al presidente del Consiglio, Salandra, un piano per sciogliere la Camera, tendenzialmente neutralista, pur di vedere l'Italia entrare in guerra e l'Ansaldo sfornare navi, cannoni e munizioni. Doveva essersi spinto un po' troppo in là, se "ad una riunione del comitato per le industrie di guerra [...] Pio Perrone, esponendo le possibilità dell'Ansaldo nella fornitura di cannoni, espone un programma sbalorditivo: Agnelli, incredulo, gli dà del matto su un foglietto [...]".
La prima guerra mondiale, spiega Rosario Romeo, fu probabilmente il momento più alto nel rapporto di assistenza dello Stato nei confronti dell'industria privata, e quello che consentì di portare a compimento la rivoluzione industriale iniziata alcuni decenni prima. L'assistenza a tutto campo dello Stato prima, e lo sforzo bellico poi, condussero alla realizzazione di sovrapprofitti (quelli di coloro che furono definiti "pescicani"), i quali vennero reinvestiti soltanto in minima parte in attività industriali, né contribuirono in alcun modo a ridurre il divario, allora assai più pronunciato rispetto ad oggi, tra il Nord (il "triangolo industriale" in modo particolare) e il Mezzogiorno, (basti esaminare il dato sull'analfabetismo citato da Pescosolido: nel 1911 il Piemonte contava analfabeti pari all'11 per cento della popolazione, contro il 58 per cento della Sicilia).
Fu in questo contesto che alcuni uomini di governo, come Francesco Saverio Nitti, e alcuni uomini di Stato, come Alberto Beneduce, si convinsero che per completare l'industrializzazione del Paese, per modernizzarlo e per colmare il divario con le altre potenze europee fosse necessaria una grande mobilitazione di risparmio a disposizione di "mani adatte"; e che per realizzare questa mobilitazione fosse necessario l'intervento dello Stato, per via della diffidenza dei risparmiatori nei confronti dell'impiego finanziario a lungo termine. Si trattò dell'avvio del processo che portò ad un nuovo ruolo dello Stato, (manifestatosi innanzitutto nella creazione dell'Iri, e in misura minore dell'Imi, successivamente alla crisi che colpì negli anni Trenta il sistema bancario e industriale) e di un altro momento saliente nei rapporti tra Stato e industria.
Questa fase di svolta è analizzata in quello che è forse il miglior testo sul capitalismo italiano, la Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra ad oggi, a cura di Fabrizio Barca. Nel primo saggio del volume, che ripercorre con straordinaria profondità l'evoluzione dei rapporti tra Stato ed economia in Italia, l'autore descrive quello che definisce il "compromesso straordinario", cioè una ben precisa scelta di governo dell'economia e del sistema delle imprese, diverse sia dall'iperliberismo che dallo statalismo. Una scelta guidata da una completa sfiducia nei confronti della Pubblica Amministrazione, che condusse pertanto alla creazione di enti separati e gestiti con logiche, appunto, "miste". Uno degli effetti dell'intervento pubblico, chiarisce Marcello De Cecco nel saggio Splendore e crisi del sistema Beneduce: note sulla struttura finanziaria dell'Italia dagli anni Venti agli anni Sessanta, contenuto nel volume di Barca, è stato quello di creare una classe manageriale capace, moderna (per l'epoca) e coesa: fatto assolutamente straordinario in un Paese nel quale le capacità di management è sempre stata una risorsa scarsa.
Si aprì in questo modo una fase di grande interesse per l'economia italiana. Il Paese cambiava velocemente e cresceva oltre le più rosee previsioni. (Una buona analisi, non soltanto economica, di queste trasformazioni la si trova nel libro di Guido Crainz, Storia del miracolo italiano, mentre il saggio di Vittorio Valli, L'economia e la politica economica italiana 1945-1979, purtroppo fuori commercio, riassume lo stato dell'economia e della politica economica).
L'effervescenza che caratterizzò gli anni Cinquanta e Sessanta la si può comprendere bene leggendo le storie di alcuni protagonisti della vita economica italiana: Il banchiere eretico (su Raffaele Mattioli) di Giancarlo Galli, Vittorio Valletta di Piero Bairati e l'indimenticato, e per certi versi fazioso, Razza Padrona, (fuori catalogo), di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani.
Ma la creazione di un'economia mista non ha certo fatto perdere peso alle famiglie imprenditoriali che, dai banchieri toscani ai giorni nostri, hanno rappresentato una costante del contesto economico del Paese. Anzi.
La storia del capitalismo italiano (almeno del grande capitalismo) dalla fine della seconda guerra mondiale in poi è in buona parte la storia di un ristretto gruppo di grandi famiglie raccolte attorno a un'istituzione finanziaria che si è assunta il compito di vestale del loro potere.
Le grandi famiglie sono quelle descritte da Stefano Cingolani in Le grandi famiglie del capitalismo italiano, e l'istituzione finanziaria è Mediobanca, la cui storia viene analizzata da Napoleone Colajanni in Il capitalismo senza capitale.
Colajanni ripercorre con puntigliosa puntualità la storia di un sistema di società che si controllano parzialmente tra di loro e utilizzano i mercati finanziari organizzati e quello azionario in particolare per raccogliere fondi destinati a finanziare operazioni dalle quali l'investitore finanziario e il mercato non traggono sostanzialmente beneficio alcuno.
Si tratta di operazioni volte a separare il possesso dei gruppi industriali dal loro controllo, come documentano in modo rigoroso Brioschi, Buzzacchi e Colombo in Gruppi di imprese e mercato finanziario. Operazioni di potere, insomma, come sostiene Tamburini in Un siciliano a Milano, biografia "non autorizzata", si direbbe oggi, di Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca e suo eterno deus ex machina.
Quello italiano, è la tesi di Cingolani, è dunque un capitalismo che ha rifiutato per molto tempo la proprietà diffusa delle aziende, ribadendo le forti caratterizzazioni familiari e personali della leadership societaria, cooptando manager all'interno del processo di controllo aziendale.
L'autore, con qualche preveggenza (eravamo nel l990...), si domanda anche se questo sistema proprietario reggerà alla completa apertura dei mercati. Oggi sappiamo che non regge e che il sistema proprietario delle imprese italiane è costretto a compiere una mutazione che non ha uguali in tutta la sua lunga storia. Ma libri di storia su questo tema non ne sono ancora stati scritti.
Tratto da: bbp.it

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Pirati, Banchieri e Mafia
Cosa possono avere in comune due fenomeni che di solito intendiamo come distanti nel tempo e nello spazio ?
Il libro scritto da Antonella Randazzo,  fa emergere eventi e significati poco conosciuti dell'uno e dell'altro fenomeno, mostrando come entrambi siano parte della stessa realtà, e come una maggiore comprensione di essi può aiutarci a capire meglio il mondo attuale. Tramite questo insolito accostamento, e il racconto di eventi storici non presenti nei nostri testi scolastici, il fenomeno della criminalità organizzata viene demistificato e mostrato quale esso è realmente.

Considerando fonti storiche ufficiali e attuando logici collegamenti fra gli eventi, prova l'esistenza di insospettabili analogie fra pirateria e mafia, persino nella struttura organizzativa. Entrambi i fenomeni risultano essere organizzazioni criminali create e finanziate dall'oligarchia dominante per portare avanti traffici illegali e generare paura nella popolazione, creando una cultura della violenza altamente involutiva. Si tratta di un modo nuovo di intendere le organizzazioni criminali, considerando la loro esistenza già nei secoli XVII, XVIII e XIX, in cui contribuirono a decretare il prevalere del domino inglese sull'Europa e sul nuovo continente.

Molti stentano a mettere in rapporto le organizzazioni mafiose e il sistema economico-finanziario nel suo complesso. Tuttavia, tale legame è oggi più evidente che mai: numerose banche americane ed europee riciclano milioni di euro e di dollari provenienti dagli affari mafiosi, mentre le istituzioni nazionali e internazionali preposte a lottare contro la mafia non ricevono il necessario per poter essere efficaci,

e vengono contrastate e indebolite in vari modi. Inoltre, sono molte le leggi che consentono ai mafiosi di continuare ad operare impunemente.

In nessun altro fenomeno, come nella mafia, le connessioni col sistema di potere sono evidenti. Oltre allo sbarco angloamericano in Sicilia (1943), occasione in cui, come ormai tutti sanno, la mafia fu ricostituita nell'isola, esistono numerosi altri fatti più recenti che attestano la vicinanza dell'organizzazione mafiosa al potere dominante: le guerre americane per il controllo della produzione di droga, oppure la produzione di nuove droghe ad opera della Cia, o, ancora, gli eventi che vedono la partecipazione di autorità statunitensi (come George Bush Senior) a fatti relativi a traffici illegali mafiosi, come il traffico di droga e di armi.
La Randazzo spiega tali legami, per consentire una vera conoscenza del fenomeno mafioso.

Credere che la mafia sia un fenomeno sociale nato casualmente, circoscritto ad un'area geografica, o addirittura un fenomeno antropologico, equivale a credere ad una casualità assurda, sarebbe come credere che la bomba atomica possa essere caduta casualmente su Hiroshima.

La Randazzo spiega le origini storiche del fenomeno della criminalità organizzata, senza cadere nei comuni errori, frutto di mistificazioni e di propaganda finalizzate a nascondere verità scottanti per l'élite al potere.

La stessa ammissione di esistenza della criminalità organizzata è un frutto di recente acquisizione.
Fino agli anni Cinquanta, il Direttore dell'Fbi Edgar J. Hoover sosteneva che la mafia non esisteva, e fu costretto a cambiare idea quando in TV tutti videro alcuni boss appena arrestati.

Il concetto di "mafia", già sul finire del XIX secolo veniva utilizzato in Europa ad indicare la delinquenza. Tuttavia, l'idea che si trattasse di un'organizzazione criminale organizzata e manipolata dall'alto è recente. Nel nostro paese, a lungo le autorità hanno cercato di nascondere il potere mafioso. Ad esempio, il Cardinale di Palermo Ernesto Ruffini, dopo l'attentato di Ciaculli (1963), scrisse al Segretario di Stato Vaticano Cardinal Amleto Giovanni Cicognani che "la mafia era un'invenzione dei comunisti per colpire la D.C. e le moltitudini di siciliani che la votavano".1 Per alcuni deputati italiani la mafia era "un'esagerazione della stampa".
Soltanto nel 1982, dopo l’uccisione di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fu approvata la legge La Torre (n. 646, G. U. n. 253 del 14 settembre 1982) in cui per la prima volta si definiva il delitto di "associazione di tipo mafioso".
Che l'esistenza del fenomeno dovesse rimanere segreta era nell'intento di chi l'aveva creato. Si racconta che quando i boss chiesero a Lucky Luciano di dare un nome alla loro organizzazione, egli abbia risposto: "Niente nomi, così questa 'cosa nostra' non potrà essere chiamata da nessuno e noi resteremo invisibili".
Con la definizione esatta del reato di "associazione mafiosa", si capì chiaramente quanto tale organizzazione fosse distruttiva e nociva per la società civile, e nacque un netto rifiuto da parte dei cittadini.

Negli anni in cui la mafia veniva negata o descritta in modo vago, serpeggiavano anche informazioni che inducevano a credere in una sorta di "buona mafia", ossia quella che dava "protezione" e "lavoro". Oggi tutti sanno quali sono i traffici mafiosi, e nessuno avrebbe più il coraggio di parlare di "mafia buona". Tuttavia, oggi la mafia è, più di prima, infiltrata nel sistema dominante, fino a confondersi con esso. Come sostiene il magistrato Luigi De Magistris, oggi la mafia è ben inserita nell'ambiente finanziario, politico ed economico.

L'origine storica della mafia è diventata negli anni sempre più chiara: mentre in passato si propagandava l'origine siciliana del fenomeno, oggi è possibile, risalendo alle sue prime manifestazioni, comprendere che essa è stata creata per difendere interessi e potere, presumibilmente a partire dall'inizio dell'Ottocento, periodo in cui alcuni nobili inglesi si appropriarono di miniere e di territori siciliani, e assoldarono personale locale al fine di esercitare potere di repressione sulla popolazione, per difendere le proprietà usurpate.
Referes:
Natoli Gioacchino, "L'organizzazione giudiziaria antimafia: una lunga battaglia", relazione al Convegno "Mafia e potere", Palermo, 19 febbraio 2005.  
Pantaleone Michele, Mafia e droga, Einaudi, Torino 1979, p. 72.  
Atlantide, "Sam Giancana - Gang in America", La7, 2006.

Il fenomeno mafioso è spesso descritto dai media e dalle produzioni televisive e cinematografiche come un fenomeno antropologico. Nelle produzioni di Hollywood, ad esempio nel film Il Padrino, il mafioso viene presentato come una sorta di tipo antropologico, che utilizza persino un certo tono di voce e un determinato abbigliamento. Questo significa stereotipare un fenomeno estraendolo dal contesto storico reale in cui è stato creato.

La mafia, come la Randazzo dimostra con abbondanti documenti, testimonianze e studi, è un'organizzazione creata ad oc per svolgere determinate funzioni, e riceve precise protezioni, senza le quali non potrebbe esistere. Volerla trasformare in un "tipo antropologico" o in un fenomeno nato dal basso significa occultare come agisce l'oligarchia dominante, e i metodi che essa utilizza per continuare a dominare.

Oggi le autorità statunitensi ed europee hanno un potere di controllo sul pianeta mai avuto prima, eppure esse sostengono di non poter debellare né la mafia né il "terrorismo" né la pirateria contemporanea. I governi occidentali, che dovrebbero combattere ogni fenomeno criminogeno, appaiono stranamente inadeguati, con mezzi insufficienti, e talvolta persino latitanti.

Se gli Stati intendono combattere davvero la mafia, come mai non la sconfiggono? Se oggi esiste una sola e potentissima egemonia, quella angloamericana, che controlla anche la produzione di droga e di armi, com'è possibile che essa non abbia nulla a che vedere con le reti mafiose internazionali  ?
Comprendendo in profondità la criminalità organizzata è possibile anche dare una risposta a queste domande.

Oltre alla pirateria e alla mafia, oggi esistono altre organizzazioni che commettono crimini, come la massoneria e i servizi segreti.
La Randazzo prova che tutti questi sistemi sono assai più vicini fra loro di quanto si possa comunemente credere. Spesso la mafia, i servizi segreti e la massoneria hanno agito insieme per attuare azioni criminali, come colpi di Stato o repressioni nel sangue.

La pirateria esisteva anche nell'antichità, sono esistiti pirati romani, greci e vichinghi, che saccheggiavano lungo le fasce costiere dell'Europa. Esistevano pirati anche in Estremo Oriente, ma la Randazzo tratta soprattutto la pirateria occidentale moderna e contemporanea, mettendo in evidenza gli aspetti che la rendono simile ad altre organizzazioni criminali.
La pirateria risulta essere un vero e proprio metodo di conquista del potere, allo stesso modo della guerra, ossia attraverso l'uso del crimine e della forza. Il fenomeno è stato stranamente offuscato nella sua verità, e trattato come argomento fantasioso o avventuroso piuttosto che come fenomeno storico. Con il passar dei secoli, le immagini dei pirati diventarono sempre più ammantate di mistero, ambiguità, romanticismo o eroismo. Libri come Il corsaro nero di Emilio Salgari presentarono i corsari come figure eroiche, coraggiose e capaci di imprese avvincenti e audaci. Molte produzioni cinematografiche sui pirati sono più che altro di evasione e di intrattenimento, con scene d'azione spettacolari ed eroiche.

Come per l'immagine del cow-boy e del gangster, anche l'immagine del pirata è stata resa leggendaria e allo stesso tempo ambivalente: è raccontata in un contesto in cui vengono commessi crimini di vario genere, dall'omicidio al saccheggio, tuttavia viene fatta la distinzione fra colui che ha una motivazione per operare in modo criminale (vendetta, disperazione, ecc.) e colui che è malvagio di "natura".
Questa distinzione è servita a legittimare i crimini del personaggio "buono", che erano analoghi a quelli commessi dalla figura considerata "malvagia". Si tratta del fenomeno che potremmo definire di "ambivalenza cognitiva", in base al quale, in un determinato contesto, un comportamento criminale viene mostrato come accettabile o addirittura auspicabile.

Nelle produzioni hollywoodiane è comune il mito della violenza e della lotta vittoriosa dell'eroe. In molte produzioni televisive o cinematografiche si tende a rafforzare l'idea che la giustizia può essere ottenuta attraverso la forza, e che il più forte è un eroe positivo, anche se uccide. Si identifica il più forte con colui che fa trionfare il bene uccidendo i malvagi. In molte di queste produzioni l'eroe è un gangster, un cow-boy o un pirata. La verità storica viene evitata, a favore della mistificazione che rende questi personaggi esemplari anche quando commettono crimini efferati.

La pirateria dunque, anche a causa delle numerose produzioni cinematografiche e letterarie, è un fenomeno storico poco conosciuto nella sua verità e sottovalutato nella sua importanza storica, come fosse del tutto marginale. La Randazzo prova il contrario: non soltanto la pirateria è stata una forma storica di criminalità organizzata, ma essa ha avuto molta importanza nelle guerre egemoniche fra le autorità europee.
La pirateria ha permesso all'Olanda e all'Inghilterra di accrescere il loro potere e la loro influenza, indebolendo la Corona spagnola.

La Randazzo mira a far emergere il significato storico di questo fenomeno, per comprendere le sue vere caratteristiche e il peso che effettivamente ebbe all'interno degli equilibri egemonici europei, dal XVI al XIX secolo. La pirateria non è stata, nella maggior parte dei casi, criminalità comune, ma criminalità organizzata, diretta dalle stesse autorità governative che la condannavano. I pirati erano autorizzati ad attuare le loro imprese, attraverso "lettere di corsa e rappresaglia", che consistevano in un documento formale rilasciato dalle autorità. Le azioni che il corsaro (pirata con "lettera di corsa") commetteva erano le stesse del pirata, ossia attaccare le navi nemiche, saccheggiarle e compiere violenze su coloro che non si arrendevano. Il

corsaro era dunque un "pirata legalizzato", che portava gran parte del suo bottino all'autorità che lo aveva incaricato. Si creava dunque una netta differenza fra pirati autorizzati e pirati non autorizzati, anche se spesso questi ultimi avevano l'appoggio dei governi alla stessa stregua dei primi. Come nel fenomeno mafioso, la pirateria veniva perseguita soltanto in parte, e non sempre efficacemente, poiché essa forniva

diversi vantaggi alle autorità e al sistema nel suo complesso. Dunque, apparentemente i pirati erano bande di predoni, ma in realtà essi operavano per conto dell'oligarchia dominante, che li autorizzava ufficialmente, oppure li sosteneva finanziariamente, ricavandone vantaggi in termini di profitti e di potere. C'era l'ambiguità dell'organizzare azioni di contrasto e al contempo sostenere l'organizzazione criminale. E' la stessa ambiguità rivolta verso i dittatori e i mafiosi, che se ufficialmente vengono considerati reietti, di fatto godono della protezione delle autorità governative occidentali, senza la quale non potrebbero continuare a praticare le loro attività criminali.
Molti corsari ebbero cariche politiche e onorificenze, come fossero persone rispettabili.

Molti eventi pirateschi sono documentabili attraverso i giornali di bordo, i libri dei processi, i rapporti dei governatori coloniali e alcuni scritti di autori che vissero da vicino l'esperienza della pirateria, come Alexander O. Exquemelin, autore del libro “Tra i pirati dei Caraibi” (The Buccaneers of America).

La pirateria è una prova di come i governi occidentali utilizzassero anche in passato metodi criminali per accrescere il loro potere e per seminare paura fra le popolazioni.

Le ricerche sulla pirateria angloamericana hanno portato alla conclusione che il 98%4 dei pirati angloamericani erano ex marinai di navi mercantili o della Royal Navy, che assumevano l'incarico per conto delle stesse autorità per cui avevano lavorato in precedenza. La differenza era che come pirati dovevano assaltare le navi nemiche e depredarle, portando alle autorità della madrepatria parte del bottino. Le vittime non erano soltanto le navi di nazionalità avversaria, ma anche le popolazioni costiere, assai spesso saccheggiate, e vittime di estorsioni e violenze. La pirateria fu un fenomeno criminogeno tremendo, che costò molte migliaia di vittime e contribuì a generare un ambiente e uno stile di vita improntati alla degenerazioni morale e alla dissolutezza, che produssero infelicità e sofferenza. Gli ambienti frequentati dai pirati erano assai simili a quelli dei gangster, in cui si beveva molto alcol e si praticavano attività come il gioco d'azzardo e la prostituzione, cercando illusoriamente sollievo dall'infelicità. La pirateria mirava a creare una cultura della violenza e della sopraffazione. Spesso le vittime erano donne e bambini inermi, colpevoli soltanto di vivere nelle città assalite. Il pirata che diventava più potente era quello più sadico, che non aveva alcuno scrupolo a torturare e ad uccidere.
 La pirateria, più che una storia di avventura, è una storia di crimini e di lotte per il potere.

Nella madrepatria, alcuni pirati, come Henry Morgan e Francis Drake, pur avendo commesso azioni efferate, venivano accolti nei salotti dell'alta società, e ammirati come fossero eroi. In realtà essi saccheggiavano e terrorizzavano per conto della Corona, erano, come si direbbe oggi, "terroristi".

Oggi la pirateria esiste ancora e agisce per gli stessi motivi per cui agiva in passato: per sottrarre ricchezze e per indebolire o controllare determinate aree geografiche.

La Randazzo offre un nuovo approccio alla conoscenza del fenomeno delle organizzazioni criminali, mettendo in luce aspetti inquietanti, ma senza i quali non si può acquisire una vera comprensione. Le organizzazioni criminali appaiono come parte integrante del sistema, con l'importante compito di diffondere paura, mercificazione e morte, aspetti importanti per mantenere l'attuale assetto di potere, e impedire ai popoli una vera emancipazione culturale e morale.

4 - A questo proposito si veda lo studio di Rediker Markus, Between the Devil and the Deep Blue Sea: Merchant Seamen, Pirates, and the AngloAmerican Maritime World, 1700-1750, Cambridge University Press, 1989, p. 258.

Se la mafia è un'organizzazione basata su attività illecite e criminali, occorre

constatare che essa non potrebbe esistere senza la possibilità di riciclare denaro o senza sfuggire all'occhio vigile dei servizi segreti internazionali.

Dalla pirateria, alle gang e alle organizzazioni segrete, lo scritto della Randazzo percorre le linee essenziali per comprendere cos'è un'organizzazione criminale, e come essa non possa essere considerata avulsa dall'attuale sistema di potere.

L'opera della Randazzo affronta anche il problema di come distruggere le organizzazioni criminali per costruire un futuro di pace, in cui la cultura dello Stato di diritto possa prevalere.

L'Italia vanta una lunghissima tradizione di lotte contro la mafia.
Già nel 1871, il magistrato Diego Tajani denunciò le collusioni dello Stato con la mafia, e se non fosse stato costretto a dimettersi avrebbe portato alla luce tutta la verità sulla mafia, distruggendo il potere mafioso e il sistema iniquo che lo reggeva. Altre personalità della magistratura, delle forze dell'ordine, intellettuali, giornalisti e cittadini comuni hanno portato avanti la lotta alla mafia. Persino gli stessi mafiosi hanno voluto collaborare per distruggere la criminalità organizzata.

Nel marzo del 1973, il mafioso Leonardo Vitale decise di consegnarsi liberamente alla polizia e di svelare gli aspetti più incredibili della storia di Cosa Nostra. Lo Stato reagì rinchiudendolo in manicomio. Venti anni dopo, il giudice Falcone prenderà sul serio le stesse rivelazioni fatte da Tommaso Buscetta, iniziando così una lotta efficace contro la mafia. Il pool Antimafia dimostrò che distruggere la mafia non è possibile senza comprenderla nei suoi legami internazionali, e nell'appoggio che essa riceve all'interno del sistema.
Per estirpare questo male non basta una dichiarazione d'intenti o il ripudiarla dal profondo della propria anima. Sconfiggere la mafia significa scovare tutti i responsabili. La Randazzo, facendo luce sui fatti, mostra inoppugnabilmente che la mafia è un fenomeno umano circoscritto, che vede il coinvolgimento di persone che potrebbero essere identificate e costrette a subire le conseguenze giudiziarie delle azioni criminali che hanno commesso o avallato.
La mafia si può perseguire e si può distruggere, ma per farlo occorre necessariamente considerarla sotto nuovi aspetti, che permettano di capire l'involuzione e la distruttività che essa rappresenta, e come soltanto eliminandola sarà possibile un vero progresso morale, civile ed economico.

Alcune DOMANDE a cui la Randazzo risponde:
Cosa sono le organizzazioni Criminali ? Cos’è la mafia ? La mafia è più potente dello Stato ?
Perché il fenomeno mafioso non può essere considerato un made in Italy ?
Cos’è la criminalità finanziaria e che legami ha con la mafia? In che modo la politica partitica è collegata alla mafia? Qual è il rapporto fra dinamiche geopolitiche di potere e organizzazioni criminali ?
Tratto dall’introduzione del libro:  PIRATI & MAFIOSI, di Antonella Randazzo

vedi anche: I Savoia salvati da  Rothschild + I veri Padroni del mondo

Video da visionare per comprendere il meccanismo del FURTO dei nostri beni da parte di questi CRIMINALI a livello mondiale !

video: COMANDO GESUITI 

vedi anche: Definizione dell'ORDINE PIANO (CRIMINALI al lavoro...)

Ma cos’è esattamente l’usura ? È il denaro ricavato dal mero utilizzo del denaro.
Ed Ezra Pound, da annoverare tra i grandi uomini del ‘900, bollava impietosamente taluni governi di servilismo e di sottomissione al signoraggio sulla moneta esercitato dal sistema bancario privato e dalle banche centrali da questo controllate.
Una ragnatela speculativa dove l’esclusivo interesse privato strangola la sovranità politica e monetaria degli stati nazionali e l’autodeterminazione dei popoli.
Tale sistema perverso nasce in Inghilterra ad opera dello scozzese William Paterson, mercante, avventuriero e banchiere.
Il 27 luglio 1694 Paterson ottiene dal sovrano protestante Guglielmo III d’Orange (al potere dal 1689 come re d’Inghilterra, Irlanda e Scozia dopo la deposizione di suo zio Giacomo II, cattolico.
Ancora oggi l’oppressione “orangista”, incentivata e protetta da Londra, contro i cattolici repubblicani d’Irlanda è oggetto di funesta cronaca quotidiana) l’autorizzazione ad operare come banchiere ufficiale del regno.
Fonderà la Banca d’Inghilterra, prima banca di emissione privata, che godrà così del privilegio di emettere moneta da prestare ad usura allo Stato (il primo prestito al governo inglese ammonterà a 1.200.000 sterline).
Nella sua memorabile sentenza: “La banca trae beneficio dall’interesse che pretende su tutta la moneta che crea dal nulla” vi è racchiuso il nucleo ideologico del significato di signoraggio sulla moneta.
È, quindi, a partire da tale data che i governi perderanno la loro sovranità economica e il potere di emettere moneta sarà delegato ad una banca privata.
Non faranno ovviamente eccezione gli Usa, che nonostante l’indipendenza dalla madrepatria proclamata con la famosa dichiarazione del 4 luglio 1776, saranno sempre soggetti all’usurocrazia monetaria della Federal Reserve, divenendo ben presto il braccio armato del liberismo mondialista.
Con due eccezioni, però, anche se di breve durata per la tragica sorte toccata a chi osò andare controcorrente: Abraham Lincoln e John Fitzgerald Kennedy (NdR: tutti e due Assassinati.....)
Tuttavia, ad onor del vero, già Thomas Jefferson, al tempo in cui ricopriva la carica di segretario di Stato durante la presidenza di George Washington, si era fermamente opposto al progetto di fondazione di una banca centrale privata (la First Bank of the United States) caldeggiato dall’allora ministro del Tesoro Alexander Hamilton.
Personaggio ambiguo e contraddittorio (in origine sosteneva esattamente l’opposto, e cioè che la cosa pubblica non potesse essere delegata ad una banca privata poiché questa tutelava esclusivamente i propri interessi), l’Hamilton fu accusato di essere strumento dei banchieri internazionali, probabilmente in combutta con i Rothschild, che proprio in quel periodo, per bocca del fondatore della dinastia, l’ebreo askenazita Mayer Amschel, memore forse della succitata celebre frase del suo predecessore scozzese, aveva sentenziato:
“Lasciate che io emetta e controlli il denaro di una nazione e non mi interesserò di chi ne formula le leggi”.
Come siano andate poi le cose per il XVI e XXXV presidente Usa è cosa tristemente risaputa.
Lincoln sosteneva che il privilegio dell’emissione della moneta dovesse essere prerogativa esclusiva del governo e che il denaro da padrone sarebbe dovuto diventare servitore dell’umanità.
L’applicazione pratica di tali principi portò all’emissione di banconote non gravate dagli interessi da corrispondere ai banchieri privati. Il 15 aprile 1865 Lincoln veniva assassinato in un palco del teatro di Washington.
Stessa sorte, cento anni dopo, toccava a Kennedy, il quale, cinque mesi prima del suo assassinio, aveva firmato l’ordine esecutivo n. 11110 con il quale il governo aveva il potere di battere moneta dietro copertura argentea.
Anche in questo caso lo Stato non pagava più gli interessi alla banca di emissione privata.
Un duro colpo al signoraggio bancario che si infranse il 22 novembre 1963. Da allora nessun altro presidente Usa si è più arrischiato a sfidare i Signori del denaro.
By Salvatore Maiorca

Sovranita’ monetaria e Signoraggio bancario  - "DEBITO PUBBLICO"
La competenza europea non è più Costituzionale. Possiamo rientrare, persino "legalmente".
Ciò non toglie che le regole sono state costruite raggirando i popoli, e che quindi in ogni caso i popoli hanno la sovranità necessaria per ribaltare una qualsiasi legge elitaria.

SOLUZIONE:
Dovremmo per risolvere il problema della Sovranita' monetaria, innanzi tutto nazionalizzare le Banche Centrali (FED + BCE
, ecc.), togliendole dalle mani dei privati, cosi come la Banca Italia (NON d'Italia, perche' anch'essa in mano ai privati), poi stampare carta moneta, come Stati uniti d'Europa (UE), pari al debito "pubblico" delle varie nazioni UE che gli uomini di governo dei vari stati hanno contratto (e' tutto fatto di carta straccia, che i banchieri,del mondo piazzando i loro uomini negli stati o comprandoseli...hanno fatto si che gli stati si indebitassero con loro....e quindi ci potessero tenere per le palle....ricattandoci con il debito stesso), ed inviare la carta moneta stampata (la parte che li compete) al Fondo monetario internazionale (il FMI e' di proprieta' dei banchieri...e' una loro creatura)contemporaneamente, riscatta-ricompra i titoli statali emessi, che hanno acquistato i privati, gli altri stati e le banche) in modo da eliminare il debito, e cosi' ci riapproprieremmo degli interessi che ogni anno paghiamo (in Italia c.a. 100 miliardi di euros l'anno) e li potremmo investire nell'industria, nel turismo, nei servizi...e cio' per i vari stati indebitati...
CMQ ma sara' una gara dura, perche' gli USURAI del mondo hanno i loro uomini piazzati ovunque nel mondo e nei posti chiave....che faranno di tutto per impedirci di arrivare a farlo...!
Ma noi ce la possiamo fare !

Altra proposta per la soluzione-annullamento del cosiddetto falso Debito Pubblico:
in circa 30 anni l'Italia ha pagato interessi annui per il debito pubblico per un totale di circa € 3.400.000.000.000 (3 mila quattrocento miliardi), mentre il debito pubblico ammonta al 2014 a c.a. € 2.200.000.000.000 (duemila duecento miliardi
) per cui sottraendo dal totale, la somma gia' pagata, vi e' una plus valenza di c.a. 1.200.000.000.000, che le banche dovrebbero ridarci.....ma anche se non ce li ridanno, noi possiamo cessare di pagarle immediatamente investendo la stessa cifra annuale di falsi interessi, nella nostra economia....

IMPORTANTE
La Banca d’Inghilterra conferma attraverso il documento (dettagliatissimo in lingua originale) raggiungibile al link sottostante, la creazione di denaro dal NULLA attraverso la riserva frazionaria e il signoraggio bancario in mano a banche private e autorizzate dalle banche centrali anch’esse di proprietà delle suddette banche in percentuale più o meno variabile:"
http://www.bankofengland.co.uk/publications/Documents/quarterlybulletin/2014/qb14q102.pdf
In più, quest'altro link come ulteriore, robusta conferma:
http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/mar/18/truth-money-iou-bank-of-england-austerity
 
AVVISATE TUTTA LA POPOLAZIONE CON QUESTO VIDEO, FATELO GIRARE ALL'INFINITO !!
Che sappiate o meno che cosa sia, il Fondo di Redenzione Europeo (E.R.F.) ci rovinerà la vita per i prossimi 20 anni !!
vedi e'
IMPORTANTE:
http://attivo.tv/player/documentari/i-media-stanno-censurando-allintera-popolazione-un-nuovo-trattato-europeo-sconvolgente.html#sthash.4QWK6rLY.dpuf
 
EURO FALSO:  TUTTI I DEBITI CONTRATTI CON LE BANCHE SONO ANNULLABILI !
Nel contrato non è scritto chi è il proprietario della moneta….quindi: chi è il creditore ? chi il debitore ?...e per cui TUTTI i debiti sono nulli “tutti i debiti contratti con le banche sono infatti annullabili”.
“Il sillogismo è semplice: siccome le banche evitano di iscrivere in contabilità, a patrimonio netto, la quota annuale di denaro virtuale che creano dal nulla, è evidente che lo considerano esse stesse “denaro falso“.
I debiti contratti con denaro falso ovviamente non sono giuridicamente validi.”
Ecco quindi che, se non tutti in generale, almeno quei debiti che implicano come creditore o controparte una banca, devono essere considerati nulli dalla nascita !
In sostanza, parafrasando, se il denaro non risulta “battezzato” contabilmente alla nascita certificandone l’origine, non può godere dei diritti civili.
Tratto dal testo dell’economista Nino Galloni, IL FUTURO DELLA BANCA, da dove si impara che la contabilità bancaria attuale è completamente falsa.
 
INOLTRE
Interrogazione UE con richiesta di risposta scritta E-000302/2012 alla Commissione Articolo 117 del regolamento
Marco Scurria (PPE)
Oggetto: Natura giuridica della proprietà dell’euro
In risposta ad un’interrogazione scritta sul medesimo tema presentata dall’on. Borghezio fornita il 16 giugno 2011, la Commissione informa il collega che “al momento dell’emissione, le banconote in euro appartengono all’Eurosistema e che, una volta emesse, sia le banconote che le monete in euro appartengono al titolare del conto su cui sono addebitate in conseguenza”.
Può la Commissione chiarire quale sia la base giuridica su cui si basa questa affermazione ?
Risposta: Olli Rehn non fa altro che ribadire che dopo l’emissione, ossia dopo la creazione fisica delle banconote o più verosimilmente dell’apparizione in video delle cifre sui terminali dell’Eurosistema (totalmente a costo zero, se si esclude l’energia elettrica che mantiene accesi i computers…) la proprietà dei valori nominali appartiene al nuovo proprietario.
....e se uno e' proprietario del denaro, non puo' essere contemporaneamente debitore, dato che il denaro precedentemente all'emissione nei fatti apparteneva al NULLA.....e non alla banca ! e quindi e' al NULLA che semmai va reso....

 
Guardate cosa afferma il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea – BCE
- (Tratto dal sito ufficiale www.ecb.int) nel  loro documento: “Decisione della Banca Centrale Europea del 6 dicembre 2001 relativo all’emissione delle banconote in euro”, al comma 3: “L’emissione delle banconote in euro non necessita di essere soggetta a limiti quantitativi o di altro tipo, visto che la immissione in circolazione di banconote è un processo indotto dalla domanda.”
Tratto da: http://www.ecb.europa.eu/home/html/index.en.html
 
Commento NdR: L'Eurosistema e' nei fatti di proprieta' di PRIVATI cosi come le varie Banche Centrali Nazionali dei paesi aderenti alla UE, quindi tutto il sistema bancario europeo e' in mano ai privati cosi pure come l'emissione della moneta (denaro)
Ricordiamo a tutti che le Banche facendo sorgere dal "nulla" (che non esiste, per proprieta' intrinseca) il denaro, esse lo "prendono" dal TUTTO presente ed esistente SOLO ed UNICAMENTE nell'INFINITO, e ce lo accreditano nel nostro conto corrente di cui siamo proprietari e non debitori;, se noi chiediamo ad esse di darci un credito,  quindi trattasi di DONAZIONE dell'Infinito a tutti noi, che le Banche ci RUBANO e ci chiedono pure gli interessi, I banchieri e le banche, sono dei veri e propri CRIMINALI, protetti dalle leggi inique degli "stati" (a loro volta aziende private) loro servi, perche' i Banchieri immettono, sponsorizzano o pagano, i "loro" uomini politici e non, nei posti chiave degli stati, per ottenere cio' che vogliono... da questi ultimi, alla faccia del popolo che rimane in TOTALE schiavitu' !
 
Quindi:
Cari amici e lettori, dovete rendervi conto che quando andate a chiedere un "prestito" ad una banca...voi subite un FURTO da parte della banca, perche l'emissione del denaro viene effettuata dal NULLA (che e’ al massimo di proprieta’ dell’INFINITO), sul vostro NOME e COGNOME; la banca non lo emette/accredita sul suo proprio conto corrente e poi gira la cifra a Voi con un bonifico dal proprio conto, ma lo accredita direttamente sul Vs conto corrente,  e quindi siete voi gli UNICI proprietari del denaro, cosi come ha confermato recentemente anche la UE, in una risposta ad una interrogazione fatta su: chi e' il proprietario del denaro..?
Se il denaro viene emesso sul vs NOME e COGNOME, significa semplicemente che e' VOSTRO e NON della banca, e siccome viene emesso dal NULLA (di proprieta’ dell’INFINITO e non della banca), quindi e’ a credito NON a debito ….. la banca non ha NESSUN titolo, ne’ diritto, per chiedervi di restituire il capitale, che non e’ mai stato suo, ne' tanto meno di richiedere degli interessi su di un capitale che nei FATTI e' SOLO VOSTRO all’atto della emissione fatta per mezzo del vostro NOME e COGNOME, infatti non puo’ mai dimostrare di aver avuta la proprieta’ del denaro che e’ stato emesso sul vs conto corrente !
Inoltre le leggi italiane e quelle dei vari paesi occidentali, sui “prestiti”, confermano che: se un soggetto non e’ proprietario di un bene non puo’ prestare nulla, anzi se viene attuato, diviene un’atto illegale.
Qui siamo alla totale follia illogica bancaria, per tentare di legalizzare un FURTO !
In piu’ le banche, una volta sottratto il VOSTRO denaro, con la vostra firma, su di un modulo prestampato e senza la firma dell’amministratore della banca …. essa lo immette nel proprio bilancio, nei debiti, e non nei crediti, come sarebbe se fosse tutto regolare oltre ad essere logico amministrativamente, (cosa che non e’, commettendo un falso in bilancio)  ma e cosi, non solo non paga neppure l’iva sul servizio, ma non paga neppure le tasse allo stato…perche’ trattasi di un “debito”….ecco perche’ le banche dichiarano sempre un bilancio facilmente in passivo od a zero….

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