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GUIDA  alla  SALUTE con la Natura

"Medicina Alternativa"   per  CORPO  e   SPIRITO
"
Alternative Medicine"
  for  BODY  and SPIRIT
 

 
 


LEGGI ITALIANE in materia di SALUTE
(sintesi)
Leggete QUI come gli "Enti" internazionali a "tutela della Salute" (OMS + CDC + FDA, ecc.)
sono chiaramente collusi con l'Industria Farmaceutica


Da settembre 2013, in tutta l’UE (Unione Europea), sul foglietto illustrativo (bugiardino) di determinati medicinali
farà la sua apparizione un triangolo capovolto.
Un contrassegno che segnala a pazienti ed operatori sanitari quei farmaci per i quali i consumatori
sono caldamente invitati a segnalare agli operatori nazionali, eventuali effetti collaterali inattesi.
In gergo tecnico, le medicine sottoposte a monitoraggio addizionale.
Si tratta di tutte le confezioni autorizzate dopo il 1° gennaio 2011 che contengono una nuova sostanza attiva; vaccini o prodotti derivati dal plasma di origine biologica; i medicamenti per i quali sono necessarie determinate informazioni supplementari nella fase successiva alla messa in commercio, o la cui autorizzazione è subordinata al rispetto di determinate condizioni o restrizioni per un impiego sicuro ed efficace.- vedi: PDF del comunicato stampa Commissione Europea

Universo Intelligente + Universo Elettrico + SOVRANITA' INDIVIDUALE (Dichiarazione)
 

Diritto sacro e santo: TUTTI hanno DIRITTO di MANIFESTARE LIBERAMENTE il PROPRIO PENSIERO con la PAROLA, lo SCRITTO ed OGNI ALTRO MEZZO di DIFFUSIONE ecc. ecc. (Art. 21 della Costituzione Italiana)

TUTTI hanno DIRITTO di PROFESSARE LIBERAMENTE la PROPRIA FEDE RELIGIOSA in QUALSIASI FORMA, INDIVIDUALE od ASSOCIATA, di FARNE PROPAGANDA e di ESERCITARNE in PRIVATO ed in PUBBLICO il CULTO (LA PRATICA), PURCHE‘ NON SI TRATTI di RITI CONTRARI al BUON COSTUME.
(Art. 19 della Costituzione Italiana)

La Repubblica TUTELA la SALUTE come FONDAMENTALE DIRITTO dell’INDIVIDUO e interesse della Collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti.
NESSUNO PUO’ ESSERE OBBLIGATO ad un determinato trattamento sanitario, se non per disposizioni di legge.

LA LEGGE NON PUO’ IN NESSUN CASO (neanche nel caso delle leggi vaccinali) VIOLARE I LIMITI IMPOSTI dal RISPETTO della PERSONA UMANA.
(Art. 32 della Costituzione Italiana).

La TUTELA della SALUTE FISICA e PSICHICA deve avvenire nel RISPETTO della dignità e della LIBERTA’ della PERSONA UMANA. (Legge 23/12/78 n. 833 - Titoli I, capo I, "I Principi")

TUTTI i Cittadini (anche quelli non vaccinati) sono uguali davanti alla Legge... E’ COMPITO della Repubblica RIMUOVERE gli OSTACOLI di ordine economico e sociale che, LIMITANDO di fatto la LIBERTA’ e l’UGUAGLIANZA dei Cittadini, IMPEDISCONO il PIENO SVILUPPO della PERSONA UMANA......
(Art. 3 della Costituzione Italiana)

La scuola è APERTA a TUTTI (non solo ai vaccinati).
(non solo ai vaccinati).
L’istruzione inferiore impartita per almeno 8 anni è OBBLIGATORIA e gratuita...
(Art. 34 della Costituzione Italiana)

Commento NdR: Infatti, giustamente, tutti i bambini sieropositivi o malati di Aids sono ammessi alla frequenza regolare della scuola, mentre i bambini SANI ma non vaccinati sono allontanati dalla scuola dell’obbligo...

Ecco la "giustizia democratica" dello Stato Italiano; questo è semplicemente vergognoso e discriminatorio.
Ai bambini SANI ma non vaccinati, si impedisce di ottenere il pieno sviluppo della loro personalità e l’art. 3 della Costituzione che prevede ...l’uguaglianza dei cittadini rispetto alle leggi e ...l’obbligo dello stato a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza del cittadino davanti alla legge, viene calpestato.

Ecco come viene applicata nei fatti la Dittatura Sanitaria, in Italia - vedi: Conflitto di Interesse
Un grande pensatore ha detto: "Nella vita è meglio essere nessuno e fare qualcosa, che essere qualcuno e fare niente" ....sembra proprio quello che sono oggi i nostri politici !!


vedi: Medicina Naturale (Naturopatia) riconosciuta dallo stato Italiano  +  Insegnamento della Medicina naturale nelle scuole Legge CONSUETUDINARIA  +  Altre Leggi per la Salute  +  Altre Leggi 1  +  Altre 2

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Chi è competente ad emanare ordinanze in materia di sanità e igiene ?
RISPOSTA
La questione che si pone è se le ordinanze in materia di sanità e igiene siano riconducibili alla competenza dei responsabili dei servizi, ai sensi dei combinato disposto degli artt. 107 e 109 dei decreto legislativo n. 267/2000, oppure attengano alla competenza del sindaco, ai sensi dell'art. 13, comma 2 della legge n.833/1978.

Competente all'adozione delle ordinanze contingibili e urgenti, che ricorrono in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale, è il sindaco "quale rappresentante della comunità locale", sulla base del dato testuale del comma 5 dell'articolo 50 del Tuel n. 267/2000.

In tale ambito, invero, il sindaco opera in qualità di "autorità sanitaria locale" attribuzione questa riconosciutagli ex art. 13, c. 2 della legge n. 833/1978, la cui attualità è confermata dalla disposizione di cui al comma 4 del medesimo art. 50, ai sensi del quale il sindaco esercita le funzioni imputategli quale "autorità locale".

Il suddetto comma 4, infatti, opera come limite (così come il comma 3 del medesimo art. 50 e come l'art. 54) all'applicabilità dell'art. 107, comma 5 dei Tuel n. 267/2000 (che prevede l'abrogazione di tutte le competenze gestionali dell'organo di vertice) in relazione alle ipotesi in cui il sindaco svolge le funzioni di autorità locale; occorre considerare che tale assunto rappresenta il criterio interpretativo per le disposizioni precedenti al testo unico, ma anche il parametro per il legislatore nel momento in cui, con leggi di settore successive al testo unico, venga ad attribuire delle competenze nominalmente al sindaco.

L'imputazione al sindaco delle ordinanze contingibili e urgenti in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale, nella veste di "rappresentante della comunità locale" (comma 5 surriferito art. 50) piuttosto che in quella di ufficiale di Governo, trae origine dall'analoga previsione contemplata dall'articolo 117 dei decreto legislativo n. 112/1998. Infatti, già all'indomani della legge n. 833/1978 il Consiglio di Stato si espresse nel senso dell'esercizio della competenza del sindaco non più quale ufficiale del Governo, bensì quale capo dell'amministrazione locale, in virtù dei fatto che il comma 4 dell'art. 32 di quella legge aveva introdotto una competenza, accanto a quella dei primo cittadino, del presidente della regione in luogo del prefetto (Cons. Stato, sez. ]V, 6.12.1985, n. 605; Cons. Stato, sez. V, 27.10.1986, n. 568). Tale orientamento fu recepito dall'art. 117 dei dlgs n. 112/1998.

Considerato che le ordinanze contingibili e urgenti in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale attengono alla competenza del sindaco, si pone la questione circa le modalità di esercizio di tale competenza sindacale, e precisamente sull'ammissibilità di un'eventuale sua delegabilità alla struttura burocratica dell'ente locale.

Secondo la dottrina, sino a quando detti atti erano di competenza dei sindaco quale ufficiale dei Governo, la loro adozione competeva all'organo di vertice, trattandosi di materie delegate dallo Stato; ne derivava che dette funzioni non potevano essere delegate ai dirigenti.

Nell'attuale assetto rappresentato emerge come le funzioni sindacali in questione vengano imputate alla competenza dell'organo di vertice come capo dell'amministrazione, responsabile della macchina amministrativa e titolare di un potere straordinario, quale "autorità sanitaria locale" ' investita di una funzione di garanzia della salubrità e dell'igiene della collettività amministrata.

In un'ottica di attribuzione di tali funzioni al comune come funzioni proprie dell'ente, in cui il sindaco opera come "rappresentante della comunità locale" secondo la dizione testuale della norma, secondo alcuni orientamenti dottrinali può accedersi alla tesi per cui l’adozione delle surriferite ordinanze contingibili e urgenti può, in talune ipotesi, essere delegata alla dirigenza locale, in applicazione dell'art. 107, lett. i) dei citato Tuel n. 267/2000, norma, quest'ultima, che consente al sindaco di delegare ai dirigenti, attraverso la scelta statutaria o regolamentare in tal senso, il compimento di atti di propria competenza.

L'autonomia normativa dell'ente locale (oggetto, fra l'altro, di riconoscimento di rango costituzionale ex novellati artt. 114, comma 2 e 117, comma 6 della Costituzione) non potrà certamente spostare sulla dirigenza la competenza all'adozione delle ordinanze contingibili e urgenti di cui al sopracitato articolo 50, comma 5 che la legge affida, come sopra rilevato, al sindaco, ma potrà individuare una serie di ipotesi in cui il sindaco potrà delegare alla dirigenza locale l'adozione delle summenzionate ordinanze, ex art. 107, lett. i) dei Tuel citato.

In ordine alla competenza all'emanazione di ordinanze ordinarie in materia di sanità, occorre considerare che il quadro complessivo delle disposizioni che regolano la materia in esame (artt. 50 e 107 dei Tuel n. 267) richiede una lettura unitaria, al fine di pervenire alla loro, non facile, armonizzazione.

L’art. 107, comma 5 del Tuel n. 267 abroga le competenze gestionali che le leggi previgenti al testo unico affidavano all'organo di vertice, demandandole alla dirigenza locale.

Il sindaco, tuttavia, può mantenere la titolarità delle competenze fissate da specifiche disposizioni, previgenti all'entrata in vigore dei testo unico, che vengono esercitate quale autorità locale, restando all'interprete l’individuazione delle singole fattispecie, oltre che essere attributario di ulteriori competenze, sempre quale autorità locale.

Nel caso delle ordinanze in materia sanitaria, secondo i più recenti orientamenti, il criterio da seguirsi ai fini dell'imputazione della competenza deve essere individuato, più che nella tipologia dell'ordinanza in questione, nella natura del bene da tutelare di volta in volta attraverso la stessa, distinguendo l'ipotesi in cui il provvedimento deve essere emesso al fine di prevenire una situazione di grave pericolosità per la salute della collettività locale, nel qual caso la competenza va imputata al sindaco, dall'ipotesi in cui il provvedimento assume i caratteri di intervento "tecnico", cioè attinente alla disciplina tecnica che riguarda la misura oggetto dell'ordinanza; in altri termini, l'ordinanza, se adottata quale misura meramente esecutiva, ben potrà essere imputata alla competenza del livello burocratico‑amministrativo, piutto­sto che di quello politico.

il Sindaco del comune dove si risiede, è la massima Autorità sanitaria locale
Il sindaco è autorità sanitaria locale. In questa veste, ai sensi dell'art. 32 della legge n. 833/1978 e dell'art. 117 del D. Lgs. n. 112/1998, può anche emanare ordinanze contingibili ed urgenti, con efficacia estesa al territorio comunale, in caso di emergenze sanitarie e di igiene pubblica.

ex T.U.L.S. 1934 (artt. 216 e 217) e Regolamento Locale di Igiene, oltre che per le competenze assegnate dal d.lgs. 267/2000 (art. 50).


Inquinamento: il comitato è legittimato a chiedere l’attivazione dei poteri sindacali
TAR Puglia-Lecce, sez. I, sentenza 07.07.2009 n° 1786 (Francesco Navaro)

Un comitato cittadino chiedeva al Sindaco del Comune di adottare ogni atto utile ad evitare la grave situazione sanitaria dovuta all’inquinamento ambientale proveniente, in prevalenza, da lavorazioni di tipo industriali.

Dinanzi all’inerzia protratta del Sindaco, il predetto comitato interponeva gravame per la declaratoria di illegittimità del silenzio serbato, in particolare per violazione del principio comunitario di massima precauzione, degli artt. 50 e 54 del T.U.E.L. e dell’art. 217 del testo unico leggi sanitarie (TUS) e del conseguente obbligo di concludere il procedimento con un provvedimento espresso.

La posizione del Tar
Ad avviso del Tar il ricorso deve ritenersi fondato.

I giudici amministrativi circoscrivono la loro indagine alla verifica della ricorrenza di un obbligo per il Comune di provvedere sulla domanda di parte ricorrente articolando il loro esame nei seguenti due momenti:

a) appurare se effettivamente ricorra nel caso in esame un comportamento inerte della p.a.;

b) verificare che lo stesso non sia giustificato dalla manifesta infondatezza dell’istanza predetta: unico limite che la giurisprudenza ravvisa all’obbligo di provvedere dell’Amministrazione, infatti, è quello della manifesta infondatezza -o assurdità, genericità, etc.- della pretesa del privato.

Quanto al punto sub a) il Tar rileva come, a fronte dell’istanza notificatagli dal comitato ricorrente, non risultava che il Comune avesse mai adottato al riguardo alcun provvedimento.

Quanto al punto sub b), i giudici precisano che il giudizio di non manifesta infondatezza deve svolgersi attraverso l’analisi di tre particolari profili: a) l’esistenza di uno specifico “potere amministrativo” in capo al Comune onde intervenire nel senso indicato; b) la sussistenza di “legittimazione” in capo al comitato ricorrente al fine di poter invocare l’esercizio di siffatto potere; c) la sussistenza – sebbene in chiave altamente intesa – dei “presupposti” per l’esercizio del potere stesso.

In ordine al primo aspetto, secondo i giudici, l’esistenza di uno specifico “potere amministrativo” in capo al Comune deve essere riconducibile non al potere di ordinanza di cui agli artt. 50 e 54 del T.U.E.L. quanto, piuttosto, all’art. 217 del testo unico leggi sanitarie di cui al R.D. n. 1265 del 1934. Il ricorso al suddetto potere di ordinanza è infatti ammesso nei soli casi in cui non è possibile attivare le normali procedure, qui ancora esperibili per mancanza di indizi di segno contrario.

Ebbene, a norma del citato art. 217 “quando vapori, gas o altre esalazioni … provenienti da manifatture o fabbriche, possono riuscire di pericolo o di danno per la salute pubblica, il podestà (oggi il sindaco, ovviamente) prescrive le norme da applicare per prevenire o impedire il danno”.

Il sindaco agisce in questa veste quale autorità sanitaria locale chiamato ad esercitare poteri-doveri di controllo a tutela dell’ambiente e della salute pubblica, anche in caso di persistente inerzia dei competenti organismi regionali e statali nelle suddette materie: dunque, l’oggetto proprio dell’istanza di cui si chiede in questa sede l’adempimento.

Ai sensi degli art. 216 e 217 t.u. 27 luglio 1934 n. 1265, il sindaco è infatti titolare di un generale potere di vigilanza sulle industrie insalubri e pericolose che può anche concretarsi nella prescrizione di accorgimenti relativi allo svolgimento dell'attività, volti a prevenire, a tutela dell'igiene e della salute pubblica, situazioni di inquinamento, e tale potere è ampiamente discrezionale ed esercitabile in qualsiasi tempo, sia nel momento in cui è richiesta l'attivazione dell'impianto, sia in epoca successiva (Tar Veneto 1754/1997)

Presupposto per l’esercizio di siffatto potere è la sussistenza di un concreto pericolo per l’ambiente e dunque per la salute pubblica, da valutare complessivamente a seguito di attenta ed approfondita istruttoria, e dunque previa consultazione ed avviso degli organismi competenti in materia sanitaria ed ambientale (ASL, ARPA, etc.), nei sensi ed alle condizioni previste dall’art. 16 della legge n. 241 del 1990.

I giudici evidenziano ancora come tale potere, il cui mancato esercizio in presenza dei prescritti presupposti (fenomeni di grave inquinamento ambientale e conseguente pericolo per la salute pubblica) determina tra l’altro i reati di danneggiamento e di omissione di atti d’ufficio ai sensi dell’art. 328, comma 1, c.p., sia tuttora esercitabile –per pacifica giurisprudenza (Tar Liguria 68/1996; CdS 1080/1992)- anche in presenza di norme specifiche in materia di inquinamento come ad esempio il d.P.R. 24 maggio 1988, n. 203 (cfr. Tar Piemonte 37/1998).

Da quanto sopra detto deriva dunque, secondo il Tar, la presenza del primo requisito (sussistenza di potere amministrativo).

Secondo il giudice amministrativo e in relazione al secondo aspetto, la “legittimazione” del comitato ricorrente a chiedere l’attivazione dei poteri sindacali di cui all’art. 217 TUS può essere ricavata, in primo luogo, dalla lettura dell’art. 3-ter del decreto legislativo n. 152 del 2006 (codice dell’ambiente), come introdotto dal decreto legislativo n. 4 del 2008.

Tale disposizione, rubricata “principio dell’azione ambientale”, prevede infatti che “la tutela dell’ambiente … deve essere garantita da tutti gli enti pubblici e privati e dalle persone fisiche e giuridiche pubbliche e private, mediante una adeguata azione che sia informata ai principi della precauzione, del’azione preventiva, della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente”.

Viene in questo modo consacrato il modello di “governance ambientale”, ossia di un modello di gestione dei beni ambientali non più ispirato al classico modello gerarchico ma ad un nuovo stile di governo caratterizzato da un maggior grado di cooperazione ed interazione tra poteri pubblici da una parte ed attori non statuali dall’altra parte (realtà economica e realtà sociale).

Ora, se si considera: da un lato, che la garanzia di un ambiente salubre costituisce condizione preliminare (e fondamentale) per consentire altresì un adeguato livello di tutela della salute pubblica; dall’altro lato, che lo stesso art. 217 TUS è sì preordinato al controllo della stessa salute pubblica ma, ancora più a monte, alla prevenzione o alla gestione di gravi fenomeni di inquinamento (cfr. Cass. Pen., sez. VI, 2 ottobre 1985, n. 8465), ecco che, secondo il Tar, ben può riconoscersi ad un comitato come quello in esame la legittimazione ad agire nella direzione sopra indicata.

Alle stesse conclusioni (legittimazione a richiedere un provvedimento espresso) si perviene, secondo i giudici amministrativi, considerando che la giurisprudenza amministrativa ha tra l’altro riconosciuto l’obbligo di provvedere, oltre che nei casi espressamente previsti dalla legge, anche nelle ipotesi in cui l’esercizio del potere amministrativo non richiede -come nella specie (art. 217 TUS)- che il relativo procedimento sia avviato ad iniziativa di parte privata.

Sussistono infatti casi in cui, per ragioni legate alla generale doverosità dell’azione amministrativa, nonché per ragioni di giustizia ed equità, si impone l’adozione di un provvedimento ad istanza di parte anche laddove tale iniziativa non sia prevista espressamente dalla legge (CdS 7975/2004).

Secondo tale impostazione, “indipendentemente dall’esistenza di specifiche norme che impongano ai pubblici uffici di pronunciarsi su ogni istanza non palesemente abnorme dei privati, non può dubitarsi che, in regime di trasparenza e partecipazione, il relativo obbligo sussiste ogniqualvolta esigenze di giustizia sostanziale impongano l’adozione di un provvedimento espresso, in ossequio al dovere di correttezza e buona amministrazione, in rapporto al quale il privato vanta una legittima e qualificata aspettativa ad una esplicita pronuncia”.

Alla luce di quanto appena detto, se si considera anche qui che il suddetto modello di governance ambientale si fonda proprio sulla massima trasparenza dell’azione amministrativa e sulla più ampia partecipazione dei soggetti privati (preferibilmente organizzati mediante enti esponenziali) ai processi decisionali, i giudici convengono sulla necessità che gli stessi soggetti privati possano agire, a tutela degli interessi della collettività in materia ambientale e sanitaria, anche mediante la richiesta di attivazione di determinati poteri pubblicistici.

Sussiste dunque, secondo il Tar e per i motivi anzidetti anche il requisito della legittimazione, in capo al comitato ricorrente, a richiedere ed ottenere un provvedimento espresso in merito alla problematiche specificamente sollevate.

Quanto al terzo ed ultimo aspetto, la sussistenza dei “presupposti” -sebbene da intendersi in senso lato- può ben essere ricondotta, secondo i giudici, alle analisi compiute da plurimi e qualificati organismi pubblici in materia sanitaria ed ambientale (Arpa, Asl, nonché Università ) e prodotte nel presente giudizio da cui si traevano dati piuttosto allarmanti, costituiti in sostanza dalla presenza di patologie legate alla particolare incidenza di fattori di origine per l’appunto industriale; rimanendo, ovviamente, non preclusa all’autorità comunale la possibilità di attivare ulteriori canali istituzionali di consultazione a carattere tecnico-scientifico, nell’obiettivo condiviso di giungere ad una seria ed approfondita istruttoria.

(Altalex, 8 ottobre 2009. Nota di Francesco Navaro)

T.A.R. - Puglia – Lecce - Sezione I
Sentenza 7 luglio 2009, n. 1786

N. 01786/2009 REG.SEN.
N. 00738/2009 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia

Lecce - Sezione Prima ha pronunciato la presente
SENTENZA
Sul ricorso numero di registro generale 738 del 2009, proposto da:
Comitato Cittadino Referendario per la Tutela della Salute e del Lavoro Taranto Futura, rappresentato e difeso dall'avv. Nicola Russo, con domicilio eletto presso Tar Segreteria in Lecce, via F.Sco Rubichi 23;

contro

Comune di Taranto, non costituito;
per l'annullamento previa sospensione dell'efficacia,
del silenzio rifiuto del Sindaco del Comune di Taranto formatosi in ordine all'atto di significazione e diffida notificato il 30/10/2008, inerente la mancata adozione, ai sensi degli artt. 50 e 54 del decreto legislativo 267/2000, di ordinanze contingibili ed urgenti, al fine di prevenire, limitare ed eliminare i gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica e, quindi, la salute dei cittadini, ma, soprattutto, al fine di evitare ulteriori gravi danni in materia ambientale, di sicurezza alimentare ovvero in materia igienico - sanitaria;

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 03/06/2009 il dott. Massimo Santini e uditi per le parti l’Avv. Russo;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

FATTO
Con istanza in data 30 ottobre 2008, il ricorrente comitato cittadino chiedeva al Sindaco del Comune di Taranto l’adozione di ogni atto utile ad evitare la grave situazione sanitaria dovuta all’inquinamento ambientale proveniente, in prevalenza, da lavorazioni di tipo industriali.

Dinanzi all’inerzia protratta del Sindaco, il predetto comitato interponeva gravame per la declaratoria di illegittimità del silenzio serbato, in particolare per violazione del principio comunitario di massima precauzione degli artt. 50 e 54 del TUEL e dell’art. 217 del testo unico leggi sanitarie (TUS) e del conseguente obbligo di concludere il procedimento con un provvedimento espresso.

Alla camera di consiglio del 3 giugno 2009, dopo la precisazione delle conclusioni di parte ricorrente, la causa veniva infine trattenuta in decisione.

DIRITTO
1. Il ricorso è fondato e va accolto nei sensi e per le ragioni che di seguito si esporranno.
2. Circoscritta l’indagine ad una verifica sulla ricorrenza di un obbligo per il Comune di provvedere sulla domanda di parte ricorrente (atteso che non è possibile invocare in questa sede un giudizio circa la fondatezza della pretesa parallelamente azionata, e ciò per l’ampia discrezionalità di cui è intriso, come si vedrà, il potere amministrativo che si intende attivare) l’esame del Tribunale dovrà quindi articolarsi in due momenti:
a) appurare se effettivamente ricorra nel caso in esame un comportamento inerte della p.a.;
b) verificare che lo stesso non sia giustificato dalla manifesta infondatezza dell’istanza predetta: unico limite che la giurisprudenza ravvisa all’obbligo di provvedere dell’Amministrazione, infatti, è quello della manifesta infondatezza – o assurdità, genericità, etc. – della pretesa del privato.
2.1 Quanto al punto sub a) deve rilevarsi come, a fronte dell’istanza notificatagli dal comitato ricorrente il 30 ottobre 2008, non risulta che il Comune abbia mai adottato al riguardo alcun provvedimento.
2.2 Quanto al punto sub b), il giudizio di non manifesta infondatezza si svolgerà invece attraverso l’analisi di tre particolari profili: a) l’esistenza di uno specifico “potere amministrativo” in capo al Comune onde intervenire nel senso indicato; b) la sussistenza di “legittimazione” in capo al comitato ricorrente al fine di poter invocare l’esercizio di siffatto potere; c) la sussistenza – sebbene in chiave latamente intesa – dei “presupposti” per l’esercizio del potere stesso.
3. In ordine al primo aspetto va subito detto che l’esistenza di uno specifico “potere amministrativo” in capo al Comune deve essere riconducibile non al potere di ordinanza di cui agli artt. 50 e 54 del TUEL quanto, piuttosto, all’art. 217 del testo unico leggi sanitarie di cui al R.D. n. 1265 del 1934. Il ricorso al suddetto potere di ordinanza è infatti ammesso nei soli casi in cui non è possibile attivare le normali procedure, qui ancora esperibili per mancanza di indizi di segno contrario.
Ebbene, a norma del citato art. 217 “quando vapori, gas o altre esalazioni … provenienti da manifatture o fabbriche, possono riuscire di pericolo o di danno per la salute pubblica, il podestà (oggi il sindaco, ovviamente) prescrive le norme da applicare per prevenire o impedire il danno”.
Il sindaco agisce in questa veste quale autorità sanitaria locale chiamato ad esercitare poteri-doveri di controllo a tutela dell’ambiente e della salute pubblica, anche in caso di persistente inerzia dei competenti organismi regionali e statali nelle suddette materie: dunque, l’oggetto proprio dell’istanza di cui si chiede in questa sede l’adempimento.
Ai sensi degli art. 216 e 217 t.u. 27 luglio 1934 n. 1265, il sindaco è infatti titolare di un generale potere di vigilanza sulle industrie insalubri e pericolose che può anche concretarsi nella prescrizione di accorgimenti relativi allo svolgimento dell'attività, volti a prevenire, a tutela dell'igiene e della salute pubblica, situazioni di inquinamento, e tale potere è ampiamente discrezionale ed esercitabile in qualsiasi tempo, sia nel momento in cui è richiesta l'attivazione dell'impianto, sia in epoca successiva (T.A.R. Veneto, sez. II, 16 dicembre 1997, n. 1754).
Presupposto per l’esercizio di siffatto potere è la sussistenza di un concreto pericolo per l’ambiente e dunque per la salute pubblica, da valutare complessivamente a seguito di attenta ed approfondita istruttoria, e dunque previa consultazione ed avviso degli organismi competenti in materia sanitaria ed ambientale (ASL, ARPA, etc.), nei sensi ed alle condizioni previste dall’art. 16 della legge n. 241 del 1990.
Si sottolinea ancora come tale potere, il cui mancato esercizio in presenza dei prescritti presupposti (fenomeni di grave inquinamento ambientale e conseguente pericolo per la salute pubblica) determina tra l’altro i reati di danneggiamento e di omissione di atti d’ufficio ai sensi dell’art. 328, comma 1, c.p., sia tuttora esercitabile – per quieta giurisprudenza (T.A.R. Liguria, sez. I, 8 marzo 1996, n. 68; Cons. Stato, sez. V, 29 ottobre 1992, n. 1080) – anche in presenza di norme specifiche in materia di inquinamento come ad esempio il d.P.R. 24 maggio 1988 n. 203 (cfr. T.A.R. Piemonte, sez. II, 5 febbraio 1998 , n. 37).
Da quanto sopra detto deriva dunque la sussistenza del primo requisito (sussistenza di potere amministrativo).
4. Quanto al secondo aspetto, la “legittimazione” del comitato ricorrente a chiedere l’attivazione dei poteri sindacali di cui all’art. 217 TUS può essere ricavata, in primo luogo, dalla lettura dell’art. 3-ter del decreto legislativo n. 152 del 2006 (codice dell’ambiente), come introdotto dal decreto legislativo n. 4 del 2008.
Tale disposizione, rubricata “principio dell’azione ambientale”, prevede infatti che “la tutela dell’ambiente … deve essere garantita da tutti gli enti pubblici e privati e dalle persone fisiche e giuridiche pubbliche e private, mediante una adeguata azione che sia informata ai principi della precauzione, del’azione preventiva, della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente”.
Viene in questo modo consacrato il modello di “governance ambientale”, ossia di un modello di gestione dei beni ambientali non più ispirato al classico modello gerarchico ma ad un nuovo stile di governo diversamente caratterizzato da un maggior grado di cooperazione ed interazione tra poteri pubblici da una parte ed attori non statuali dall’altra parte (realtà economica e realtà sociale).
La governance ambientale presuppone, in chiave di progressiva democratizzazione dei processi decisionali in subiecta materia e nell’ottica del principio di sussidiarietà orizzontale di cui all’art., 118, quarto comma, Cost., necessità di visione comune intorno ad un problema, con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati per raggiungere risultati migliori.
Ora, se si considera: da un lato, che la garanzia di un ambiente salubre costituisce condizione preliminare (e fondamentale) per consentire altresì un adeguato livello di tutela della salute pubblica; dall’altro lato, che lo stesso art. 217 TUS è sì preordinato al controllo della stessa salute pubblica ma, ancora più a monte, alla prevenzione o alla gestione di gravi fenomeni di inquinamento (cfr. Cass. Pen., sez. VI, 2 ottobre 1985, n. 8465), ecco che ben può riconoscersi ad un comitato come quello in esame la legittimazione ad agire nella direzione sopra indicata.
Alle stesse conclusioni (legittimazione a richiedere un provvedimento espresso) si perviene considerando che la giurisprudenza amministrativa ha tra l’altro riconosciuto l’obbligo di provvedere, oltre che nei casi espressamente previsti dalla legge, anche nelle ipotesi in cui l’esercizio del potere amministrativo non richiede – come nella specie (art. 217 TUS) – che il relativo procedimento sia avviato ad iniziativa di parte privata.
Sussistono infatti casi in cui, per ragioni legate alla generale doverosità dell’azione amministrativa, nonché per ragioni di giustizia ed equità, si impone l’adozione di un provvedimento ad istanza di parte anche laddove tale iniziativa non sia prevista espressamente dalla legge (Cons. Stato, sez. IV, 14 dicembre 2004, n. 7975).
Secondo tale impostazione, “indipendentemente dall’esistenza di specifiche norme che impongano ai pubblici uffici di pronunciarsi su ogni istanza non palesemente abnorme dei privati, non può dubitarsi che, in regime di trasparenza e partecipazione, il relativo obbligo sussiste ogniqualvolta esigenze di giustizia sostanziale impongano l’adozione di un provvedimento espresso, in ossequio al dovere di correttezza e buona amministrazione, in rapporto al quale il privato vanta una legittima e qualificata aspettativa ad una esplicita pronuncia”.
Alla luce di quanto appena detto, se si considera anche qui che il suddetto modello di governance ambientale si fonda proprio sulla massima trasparenza dell’azione amministrativa e sulla più ampia partecipazione dei soggetti privati (preferibilmente organizzati mediante enti esponenziali) ai processi decisionali, deve giocoforza convenirsi sulla necessità che gli stessi soggetti privati possano agire, a tutela degli interessi della collettività in materia ambientale e sanitaria, anche mediante la richiesta di attivazione di determinati poteri pubblicistici.
Sussiste dunque per i motivi anzidetti anche il requisito della legittimazione, in capo al comitato ricorrente, a richiedere ed ottenere un provvedimento espresso in merito alla problematiche specificamente sollevate.
5. Quanto al terzo ed ultimo aspetto, la sussistenza dei “presupposti” – sebbene da intendersi in senso lato – può ben essere ricondotta alle analisi compiute da plurimi e qualificati organismi pubblici in materia sanitaria ed ambientale (ARPA, ASL di Brindisi, Lecce e Taranto, nonché Università di Bari) e prodotte nel presente giudizio: al riguardo sono stati forniti dati piuttosto allarmanti, costituiti in sostanza dalla presenza di patologie legate alla particolare incidenza di fattori di origine per l’appunto industriale.
Ciò non può che costituire, ovviamente, base di iniziale riflessione per l’attività che l’autorità comunale è chiamata nella specie ad esercitare, senza per questo precludere alla stessa la possibilità di attivare ulteriori canali istituzionali di consultazione a carattere tecnico-scientifico, nell’obiettivo condiviso di giungere ad una seria ed approfondita istruttoria.
6. Sulla scorta di questo sopra esposto, e nei sensi appena precisati, il presente ricorso merita dunque accoglimento, sebbene limitatamente al solo obbligo di provvedere, conseguendone l’ordine alla Amministrazione intimata di provvedere espressamente sull’istanza del comitato ricorrente, secondo quanto appena precisato, nel termine di giorni 90 dalla comunicazione o notificazione della presente sentenza.

Le spese di giudizio vanno poste a carico dell’amministrazione soccombente e vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, Lecce, Sezione Prima, definitivamente pronunciando sul ricorso n. 738/2009 indicato in epigrafe, lo accoglie e, per l’effetto assegna al Comune di Taranto il termine di 90 giorni, decorrente dalla comunicazione/notificazione della presente sentenza, per concludere con atto espresso il procedimento relativo alla diffida presentata dal comitato ricorrente il 30 ottobre 2008.

Liquida le spese di giudizio in euro 750 (settecentocinquanta), oltre IVA e CPA, da porre a carico dell’amministrazione soccombente.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 03/06/2009 con l'intervento dei Magistrati:

Aldo Ravalli, Presidente

Carlo Dibello, Referendario

Massimo Santini, Referendario, Estensore

L'ESTENSORE IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 07/07/2009

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Le case farmaceutiche non sono obbligate a pubblicare TUTTI i risultati delle loro ricerche....- Gen. 2009
«Dalle sperimentazioni risulta che il risultato complessivo della nuova generazione di antidepressivi è sotto la soglia consigliata dei criteri clinicamente significativi», scrivono gli scienziati. Kirsch sottolinea, inoltre, la necessità di cambiare il sistema attuale, che permette alle case farmaceutiche di non pubblicare una parte dei dati delle loro sperimentazioni:
«La frustrazione sta in questo - dice Kirsch -. Rende difficile determinare se i farmaci funzionino.
Le
case farmaceutiche dovrebbero essere obbligate, quando commercializzano un nuovo prodotto, a  pubblicare tutti i dati». Stavolta, per accedere alle informazioni, gli scienziati si sono avvalsi del Freedom of Information Act, la legge sulla trasparenza.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.aspID_blog=38&ID_articolo=607&ID_sezione=243&sezione=News

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LEGGI ITALIANE in materia di SALUTE

Art. 4 della Costituzione It.:
...Ogni Cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività od una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società

Art . 9 della Costituzione It.:
La repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Art. 32 della Costituzione It.:
La Repubblica TUTELA la SALUTE come FONDAMENTALE DIRITTO dell’individuo e interesse della collettività...
Il Ministero della Sanità è l’organismo preposto dallo Stato per l’organizzazione della TUTELA secondo il comando Costituzionale.

L’Italia è legata alla Comunità Europea; questa emana delle disposizioni alle quali gli stati appartenenti, devono adeguare le proprie Leggi.
In materia di Sanità vi sono per esempio, delle disposizioni riguardanti la Prevenzione e l’educazione Sanitaria. L’Italia nella sua normativa prevede:

L. 23 /12 / 78 n. 833 Istituzione del servizio Sanitario Nazionale.
Fra i suoi obbiettivi:

1) La formazione di una moderna coscienza sanitaria sulla base di una adeguata educazione sanitaria del cittadino e delle comunità.

8) G) tutela della salute mentale, privilegiando il momento preventivo

H) La identificazione e la eliminazione delle Cause degli inquinamenti dell’atmosfera, delle acque e del suolo.

D.M. 9/2/79 - (G.U. 20/02/1979, n 50, suppl. - 4* parte - c)
Programmi, orari di insegnamento e prove di esame per la scuola media statale

C) Educazione matematica, scientifica e sanitaria:
Le scienze matematiche, chimiche, fisiche e  NATURALI (perciò anche la Medicina Biologica o Naturale) con i loro PROPRI metodi e contenuti, tendono a sviluppare sia la capacità logica, astrattiva e deduttiva sia una mentalità scientifica nei modi di affrontare i problemi attraverso un rapporto costruttivo e dinamico con la realtà sostenuto da un complesso di conoscenze iniziali e da adeguati strumenti di formalizzazione del pensiero. L’alunno sarà cosi avviato ad una comprensione delle interazioni fra sapere matematico, scientifico e società umana, che lo preparerà ad AUTONOMIA di giudizio ed a CAPACITA’ di scelte consapevoli. In questo ambito si inserisce per la prima volta l’EDUCAZIONE SANITARIA; essa si propone come obbiettivo primario la consapevolezza dei fattori PERSONALI e comunitari che condizionano la sanità fisico, psichica e ambientale, nonché dei MODI IDONEI per Tutelare e Promuoverla.

L. 22/12/75 al Titolo IX Interventi informativi ed educativi

In tutti questi punti dal 85 al 89 si prevede l’educazione sanitaria oltre al problema della droga.

85) Comitato di studio, programmazione e ricerca

86) Corsi di studio per insegnanti

87) Lezioni per genitori

88) Informazione, istruzione ed educazioni dei giovani

89) Lezioni per giovani durante il servizio militare

D.P.R. 27/10/62 n. 2056 - Capo II - Corsi di aggiornamento - Educazione sanitaria

41) Chiunque intenda realizzare iniziative di educazione sanitaria... è tenuto a darne notizia al Ministero della sanità.

E’ strano ma
NON abbiamo trovato nelle leggi esaminate, che questo compito di educazione sanitaria sia affidato esclusivamente ai medici allopati; questo è importante per la formazione di nuovi e Educatori all’Etica ed alla Salute; ........infatti l’art. 33 della Costituzione dice:
L’arte e la scienza sono libere e libero è l’insegnamento.

Inoltre vi sono delle recenti direttive UE che obbligano gli stati membri ad uniformare con apposite Leggi la vendita e la commercializzazione dei medicinali Omeopatici e Naturali, questo perché l’indirizzo della UE è quello di permettere a tutti i cittadini facenti parte della comunità di ogni paese membro, la Libertà di Scelta Terapeutica e Sanitaria.

Ecco perché auspichiamo che anche le autorità Italiane, preposte alla Tutela della salute dell’Individuo e di quella collettiva, inizino ad applicare ciò che la legge prevede già da parecchi anni e che ha trovato inadempiente fino ad oggi, lo stesso Ministero e Ministro della Sanità.

In funzione di tutto ciò, possiamo affermare che la Medicina Biologica o Naturale entra a far parte ed a pieni titoli del futuro delle Scienze, per il prossimo Millennio dell’Umanità. 

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Sull’art. 32 della Costituzione, ecco la sentenza intelligente di un Giudice Italiano: 
E’ forse la prima volta in Italia che un giudice, il dr. Guido Stanzani del Tribunale di Modena, nel pronunciare un decreto in materia tutelare, ritiene di ribadire che “tutte le norme costituzionali, e l’art. 32 è fra queste, che consacrano i diritti primari sono imperative e di immediata operatività ed applicabilità senza che occorra, a questi fini, intervento alcuno del legislatore ordinario”.
Lo ha affermato nell’accogliere l’istanza di una donna, ora deceduta, affetta da una patologia neurologica, la quale, attraverso il marito da lei nominato amministratore di sostegno, aveva espresso la volontà di non essere sottoposta ad eventuale tracheotomia, allo scopo di essere mantenuta in vita.  “Si tratta di un diritto, come la Cassazione ha lucidamente precisato – ha proseguito il giudice - che è e resta assoluto… perché improntato alla sovrana esigenza di rispetto dell’individuo e dell’insieme delle convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che ne improntano le determinazioni”.
Tratto da: http://www.dirittolibertadicura.org

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Esempio per i comportamenti dell'Ordine dei medici e della Magistratura che delle leggi se ne frega...altamente...almeno in questi casi.....per le pressioni che ricevono...dall'alto....

Italy: Legge 8 aprile 1998, n. 94

"Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 17 febbraio  1998, n. 23, recante disposizioni urgenti in materia di sperimentazioni  cliniche in campo oncologico e altre misure in materia sanitaria"

...[omissis]
Art. 3. - Osservanza delle indicazioni terapeutiche autorizzate

1. Fatto salvo il disposto dei commi 2 e 3, il medico, nel prescrivere una specialita' medicinale o altro medicinale prodotto industrialmente, si  attiene alle indicazioni terapeutiche, alle vie e alle modalita' di  somministrazione previste dall'autorizzazione all'immissione in commercio rilasciata dal Ministero della sanita'.

2. In singoli casi il medico può, sotto la sua diretta responsabilità e previa informazione del paziente e acquisizione del consenso dello stesso, impiegare un medicinale prodotto industrialmente per un'indicazione o una via di somministrazione o una modalita' di somministrazione o di utilizzazione diversa da quella autorizzata, ovvero riconosciuta agli effetti dell'applicazione dell'articolo 1, comma 4, del decreto-legge 21 ottobre 1996, n. 536, convertito dalla legge 23 dicembre 1996, n. 648, qualora il medico stesso ritenga, in base a dati documentabili, che il paziente non possa essere utilmente trattato con medicinali per i quali sia già approvata quella indicazione terapeutica o quella via o modalità di somministrazione e purché tale impiego sia noto e conforme a lavori apparsi su pubblicazioni scientifiche accreditate in campo internazionale.

...[omissis]

Questa legge, promulgata dall'allora Ministro Bindi per le note vicende della cura DiBella, consente di fatto di utilizzare anche il bicarbonato di sodio per la cura del cancro.

"...qualora il medico stesso ritenga, in base a dati documentabili, che il paziente non possa essere utilmente trattato con medicinali per i quali sia già approvata quella indicazione terapeutica o quella via o modalità di
somministrazione e purché tale impiego sia noto e conforme a lavori apparsi su pubblicazioni scientifiche accreditate in campo internazionale
"

Questi riportati di seguito sono solo alcuni studi internazionali...

Studi relativi al potere antiacido del bicarbonato di sodio nei tumori:

Anche la Cassazione...Salva la libertà terapeutica del medico
La Cassazione (Sentenza n.301/2001, Sezione IV) ribadisce il principio della libertà terapeutica del medico. Secondo quanto stabilito:
"e' corretto valorizzare l'autonomia del medico nelle scelte terapeutiche, perché l'arte medica - mancando per sua natura di protocolli scientifici a base matematica - spesso prospetta diverse pratiche o soluzioni che l'esperienza ha dimostrato efficaci, da scegliere con attenta valutazione di una quantità di varianti che solo il medico può apprezzare; tale valore di libertà nelle scelte terapeutiche non può essere compresso, pena la degradazione del medico a semplice burocrate; la scelta del medico non può essere avventata né fondata su semplici esperienze personali. Una volta effettuata la scelta, il medico deve restare vigile osservatore dell'evolversi della situazione, in modo da poter intervenire immediatamente in caso di urgenza, qualora capisca che la scelta fatta non era quella appropriata; quando tutto ciò sia stato realizzato, il medico non può rispondere di un eventuale insuccesso; il giudice, per valutare la correttezza della scelta terapeutica operata dal medico e l'eventuale imperizia del suo operato, deve operare un giudizio "ex ante", collocandosi cioè mentalmente nel momento in cui il medico viene chiamato a operare la scelta e considerando anche la consistenza scientifica di questa".


Ma allora... se esiste una legge, ...se anche la Cassazione si è espressa per la libertà terapeutica del medico...
perchè TUTTI si ostinano ad ignorare questi FATTI, giudici compresi....? e perseguitano i ricercatori ?

E soprattutto...
PERCHE' l'Oncologo dott. SIMONCINI (di Roma) E' STATO RADIATO dall'Ordine dei medici ???
(la lettera scrittagli dall'ordine parla **esclusivamente** del fatto che non ha utilizzato il Protocollo ufficiale...)

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Sentenza favorevole per esercizio della medicina Omeopatica e Fitoterapia:

REPUBBLICA ITALIANA - IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE DI BOLZANO - SEZIONE PENALE

Il Tribunale di Bolzano - Sezione Penale - in persona del giudice:
Dott. GOTTARDI Claudio alla pubblica udienza del 11.01.2005 ha pronunciato la seguente SENTENZA

        nel procedimento penale n. 1125/04 DIB. contro (XX), nata il (omissis) 1942 a Bolzano, ivi residente in via (omissis); libera, presente, imputata del delitto p. e p. dall'art. 348 c.p. per avere, eseguendo visite mediche, emettendo diagnosi ed effettuando terapie a base di prescrizioni di medicinali omeopatici a R.F., M.G, E.A., M.Z., esercitato abusivamente la professione medica, senza essere in possesso della prescritta abilitazione professionale. Accertato in Bolzano, il 12.12.2001.

        Con la partecipazione al dibattimento del Pubblico Ministero e dei difensori dell'imputata, avv. G.R. di Rovigo e avv. D.F. del foro di Bologna. Le parti hanno formulato a chiusura della discussione finale le seguenti

CONCLUSIONI

        Il Pubblico Ministero: chiede la condanna dell'imputata ad Euro 300,00 di multa.

        I difensori dell'imputata: chiedono l'assoluzione perché il fatto non sussiste.

        Fatto Diritto P.Q.M.

Svolgimento del processo

        A seguito di rituale opposizione a decreto penale di condanna, la nominata in intestazione - con decreto di citazione del GIP di Bolzano di data 10.07.2004 regolarmente notificato all'imputata e ai difensori - veniva tratta a giudizio davanti a questo Giudice per rispondere del reato in rubrica indicato. All'udienza del 19.11.2004, preliminarmente revocato il decreto penale di condanna, il giudice dichiarava aperto il dibattimento esperendo l'istruttoria dibattimentale mediante l'esame dei testi dell'accusa, A.P. e A.F., funzionari dell'Ufficio tecnico della prevenzione del Servizio igiene sanità pubblica e di R.F., G.A. e C.P., soggetti che si erano avvalsi della consulenza dell'imputata.

        Nella stessa udienza venivano acquisiti, su accordo delle parti, i seguenti atti delle indagini preliminari:

  • lettera del Ministero della Salute di data 10 gennaio 2002;

  • messaggio telefax dell'Ordine degli odontoiatri di data 21 dicembre 2001;

  • circolare del Ministero della Salute di data 7 novembre 1995;

  • comunicazione dell'Ordine Nazionale dei biologi di data 19 dicembre 2001;

  • relazione peritale del dott. V.F.;

  • titoli e attestati di (XX);

  • dichiarazione di data 20 ottobre 2004 della Società Italiana Medicina Omeopatica;

  • copia delle disposizioni del dott. Giudice, sulle circostanze della qualificazione del prodotto omeopatico.

        All'udienza dell'11 gennaio 2005 venivano escussi i testi della difesa C.D.S., S.C., N.C., G.S., U.O., G.B., E.B. e il consulente tecnico della difesa dott. V.F.

        Dichiarata chiusa l'istruttoria dibattimentale ed indicati quali atti utilizzabili per la decisione dei documenti e delle prove assunte, contenuti nel fascicolo per il dibattimento, le parti hanno formulato ed illustrato le rispettive conclusioni come risultano trascritte a verbale. Motivi della decisione

All'esito dell'istruttoria dibattimentale e dall'analisi della documentazione acquisita al fascicolo del dibattimento emerge una versione dei fatti univoca.

        In data 18 dicembre 2001 gli Ispettori d'igiene A.P. e A.F. si recavano presso lo studio della (XX) al fine di accertare quale genere di attività professionale fosse ivi svolta. Al piano terreno dello studio era affissa una targa pubblicitaria recante l'indicazione "(XX) consulente Scientifico".
Nella sala d'aspetto dello stesso era presente R.F., mentre successivamente usciva dal colloquio avuto con l'imputata (XX). Nel corso del sopralluogo effettuato all'interno del locale adibito a studio, veniva notata la sola presenza di un apparecchio iridoscopico. Il personale operante procedeva infine all'acquisizione di alcune schede relative a persone assistite dall'imputata, in particolare tali M.Z. e la neonata E.A.

        A seguito di ulteriori accertamenti è emerso che la (XX) era priva di qualsivoglia titolo medico, non essendo nemmeno iscritta all'Ordine dei medici e odontoiatri della Provincia Autonoma di Bolzano ovvero all'Ordine dei Biologi. Essa era peraltro in possesso di un diploma di medicina biologica ottenuto negli U.S.A., del quale non aveva peraltro mai richiesto l'equipollenza ai sensi della normativa italiana e di attestati relativi alla partecipazione a numerosi seminari di omeopatia.

        Dall'analisi del contenuto delle dichiarazioni testimoniali, tutte concordi sui punti salienti del fatto, emerge come fosse noto a tutti i clienti la circostanza che la (XX) non era medico, non essendosi peraltro la stessa mai qualificata come tale, né verbalmente, né tantomeno sulla documentazione cartacea utilizzata durante l'espletamento della sua attività professionale. L'attività della (XX) iniziava con un colloquio, vertente sulle abitudini di vita dei clienti, proseguiva con la lettura dell'iride tramite uno speciale strumento e si concludeva con la somministrazione di una serie di consigli, relativi al modo migliore di regolare la propria vita e all'assunzione di prodotti omeopatici, acquistabili in farmacia o erboristeria. Il suo intervento non era peraltro alternativo alla medicina "ufficiale" e nemmeno invasivo di diagnosi effettuate dai medici personali dei suoi assistiti.

        R.F. ha riferito, in particolare, di essersi rivolta alla (XX) per la risoluzione di problemi legati a sintomi di nausea e vomito, dei quali soffriva in stato di gravidanza e di problemi inerenti a disturbi ginecologici.
La teste aggiungeva che l'attività della (XX) si risolveva nell'espletazione di un colloquio personale, poi nella visione dell'iride e infine nel consigliare l'assunzione di prodotti omeopatici di natura imprecisata.

        G.A. ha riferito di essersi rivolto alla (XX) per ottenere informazioni sugli effetti delle vaccinazioni obbligatorie, poiché interessato alla vicenda in relazione alle condizioni della figlia di tenera età E.A.; a tal fine la (XX) si limitava a suggerirgli di consultare il sito internet www.yyy.it

        M.G., ha riferito di essersi rivolta alla (XX) perché soffriva di psoriasi. La teste aggiungeva che l'attività della (XX) si risolveva nell'espletazione di un colloquio personale, relativo alla sua vita, alla famiglia e al lavoro poi nella visione dell'iride e infine nel consigliare l'assunzione di Natrium Muriaticum CH200 e di lievito di birra.

        M.Z., ha riferito di essersi rivolto alla (XX) per la soluzione di problemi legati all'insonnia e che questa dopo un iniziale colloquio nel quale poneva domande del tipo quale fosse il suo piatto preferito, quale fosse il suo rapporto con il mare, con il caffè e queste cose, lo sottoponeva ad un test, nel corso del quale gli veniva domandato di reggere in mano delle bottiglie di diverse dimensioni e peso e di mimare una resistenza con il braccio alla quale la (XX) applicava una forza. Al termine della visita l'imputata consigliava allo M.Z. l'assunzione di Coffea Cruda CH100, giacché dalla visione dello stato dell'iride era possibile desumere una situazione di forte stress.

        G.B., medico omeopata, ha riferito in ordine all'attività esercitata in concreto dall'imputata, definita quale attività "atipica", rivolta alle persone che soffrono di disagi non qualificabili quali vere e proprie patologie, e in ordine all'orientamento della comunità medica internazionale, prevalentemente indirizzato a negare dignità scientifica alla disciplina della "medicina omeopata".

        Così accertato il contenuto dell'attività professionale posta in essere dalla (XX), occorre stabilire se questa integri o meno il paradigma dell'illecito penale di cui all'art. 348 c.p., norma che tutela l'interesse collettivo a che determinate professioni siano esercitate soltanto da coloro i quali risultino in possesso di una speciale autorizzazione amministrativa. In definitiva all'imputata è contestato di aver abusivamente esercitato la professione medica, attraverso l'emissione di diagnosi mediche e la prescrizione di prodotti omeopatici ragion per cui, la valutazione delle sue responsabilità va ricondotta ad una ricognizione in positivo, dell'attività riservata al medico ed alla successiva valutazione dell'eventuale invasione di tale campo attribuibile alla (XX), che, sola, può realizzare il fatto tipico punito dalla norma incriminatrice.

        Orbene mancando qualsivoglia definizione legislativa dell'attività "omeopatica" non è possibile qualificare la stessa come pratica terapeutica tout court "non convenzionale", facendola confluire nell'alveo dell'esercizio dell'attività medica, per la quale è quindi richiesta l'iscrizione all'albo professionale. Soccorre a tal fine l'insegnamento costante della Suprema Corte (cfr. Cass. n. 22528/2003), la quale, nel definire le pratiche terapeutiche "non convenzionali", ne delinea i caratteri che le qualificano come attività medica: una diagnosi di un'alterazione organica o di un disturbo funzionale del corpo o della mente, l'individuazione dei rimedi, la somministrazione degli stessi da parte del medico. In applicazione di tali principi, si è ritenuto esercizio abusivo della professione medica il compimento in linea generale di qualsivoglia attività comunque riconducibile a quella caratterizzante il rapporto medico-paziente: da quella concretantesi nella formulazione di un giudizio prognostico o nella prescrizione di una terapia particolare, a quella consistente nella mera verifica di attendibilità di una pregressa diagnosi o di una terapia in corso.

        Proprio partendo da tali premesse, va desunto che l'attività omeopata integri gli estremi del reato d'esercizio abusivo della professione medica unicamente nell'eventualità in cui essa si sostanzi nella diagnosi di una malattia, ovvero nella commercializzazione di prodotti o preparati medici, comunque perseguenti finalità terapeutiche.

        Orbene i detti tratti salienti dell'attività medica, peraltro delineati dalla stessa Pubblica Accusa nel capo d'imputazione in rubrica, come risulta dalla emergenze processuali, sono del tutto mancanti nell'attività professionale posta in essere dall'imputata. Nessun compimento di atto medico è riconoscibile infatti nell'attività svolta dalla (XX), non avendo la stessa nel corso delle proprie consulenze mai ispezionato il corpo dei propri "clienti", ne tantomeno usato strumenti invasivi o altri mezzi idonei ad effettuare analisi o misurazioni cliniche, né emesso diagnosi o prognosi.

        Per quanto riguarda poi la natura dell'apparecchio deputato alla lettura dell'iride, questo Giudicante nulla può osservare non rientrando le caratteristiche tecniche di questo in fatti notori conosciuti secondo la comune esperienza e non avendo la Pubblica Accusa nulla allegato e dimostrato circa il funzionamento dello strumento in questione, mentre il consulente della difesa dott. F. ha escluso che lo stesso appartenga alla categoria degli apparecchi medici in senso stretto.

        Alle stesse conclusioni si deve giungere - incidenter tantum non essendo tale estremo oggetto di imputazione - in ordine all'eventuale invasione da parte dell'imputata delle competenze riservate alle scienze della psiche umana: come l'assenza di una malattia fisica distingue l'attività de quo da quella del medico, egualmente l'assenza di una malattia psichica la distingue dall'attività dello psicologo o dello psicoterapeuta.

        Orbene, accertato che l'imputata non ha posto in essere atti tipici dell'attività medica occorre ora stabilire se i prodotti "omeopatici" dalla stessa consigliati (Natrium Muriaticum CH200 Coffea Cruda CH100 e lievito di birra) siano o meno considerati dal legislatore quali prodotti medicinali e in caso di risposta positiva se gli stessi, se somministrati da soggetto non qualificato, possano produrre danni alla salute.

Al primo quesito bisogna dare risposta negativa, poiché nessuna norma di diritto positivo regola, nel nostro ordinamento la medicina omeopatica e perché i prodotti consigliati dalla (XX) sono liberamente in vendita, non occorrendo la presentazione di ricetta medica.

        Anche a voler assimilare poi il prodotto omeopatico ad un prodotto medicinale non bisogna sottacere come la letteratura scientifica sia divisa sull'efficacia dei rimedi omeopatici, tant'è che l'orientamento dominante li considera alla stregua di non farmaci avuto riguardo alla quasi totale assenza di principi attivi. Questo dimostrerebbe, d'altro canto, come il rimedio omeopatico opererebbe quale "placebo di lusso" in forza di una fortissima potenzialità suggestiva basata sulla sua diffusione internazionale e sull'apparente fondamento scientifico.
Se il farmaco è un medicinale formato da molecole misurabili, le cui proprietà farmacologiche sono valutate con metodo scientifico da una previa sperimentazione, al contrario il prodotto omeopatico ha la caratteristica di non avere molecola al di sopra della nona CH, ed essendo somministrato ad alta diluizione può produrre un effetto regolatore solo sul piano emozionale, perché non se ne conosce il meccanismo d'azione ma non su quello biologico.

        In maniera inconferente la Pubblica Accusa si è poi richiamata all'unico precedente giurisprudenziale "apparentemente" favorevole (Cass. n. 2652/1999), nel quale l'imputato, a differenza che nel caso de quo, pur non possedendo il relativo titolo, si qualificava come "medico" omeopata, compilava ricette ed effettuava diagnosi sui pazienti.
L'evoluzione scientifica e tecnologica determinano sovente la possibilità che nuove attività professionali non riescano ad essere incasellate nelle professioni ufficialmente consolidate, ma ciò non può essere motivo per una dilatazione degli ambiti delle categorie professionali riconosciute, fino a comprendere nella riserva loro spettante, attività solo analoghe, complementari, parallele o ausiliarie rispetto alle professioni protette.
Fatta questa necessaria distinzione e non essendo stata data prova al di là di ogni ragionevole dubbio, che la (XX) abbia posto in essere atti tipici propri dell'attività medica, bisogna concludere nel senso che la sua attività professionale da definirsi rispetto all'ordinamento "atipica" , è tutelata e protetta dalla previsione di cui all'art. 41 Cost.
Per tali ragioni l'imputata deve essere assolta, ai sensi dell'art. 530 comma 2 c.p.p., dal reato ad essa ascritto in rubrica perché il fatto non sussiste.

P.Q.M.
Visto l'art. 530, comma 2 c.p.p.
ASSOLVE  ((...XX...)) dal reato a lei in rubrica ascritto perché il fatto non sussiste.
Così deciso in Bolzano l'11 gennaio 2005. - Depositata in Cancelleria il 21 gennaio 2005.

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CASSAZIONE - Per la professione di Omeopata serve la laurea in medicina  -  07  Ven. Sett., 2007
PRESCRIVEVA, nel suo studio, cure omeopatiche senza avere alcun titolo per farlo.
La Corte di Cassazione ha precisato, nella sentenza n.34200, che questa disciplina, poichè rientra nel campo della «cura della malattia» tipico delle scienze mediche, richiede la laurea in medicina.
Pertanto, chiunque eserciti queste attività senza aver conseguito il titolo di medico è punibile secondo l’art. 348 c.p. (esercizio abusivo dell'attività medica).
Nel caso esaminato dalla Sesta Sezione Penale, l'omeopata era stato assolto dalla Corte d'Appello di Bologna.

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Costituzione Italiana: Art. 28
I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici.

Commento
NdR: questo articolo come altri della Costituzione Italiana sono da sempre trasgrediti e disattesi proprio da coloro che lo rappresentano, specie nella Sanita', Finanza, tutela, commercio, agricoltura, ecc.
Per cui invitiamo i cittadini di questi stati trasgressori, compresi i loro rappresentanti e dirigenti, a DENUNCIARE all'autorita' giudiziaria tutti questi farabutti che trasgrediscono la Costituzione; verra' il momento, il tempo comunque nel quale il Popolo Sovrano, si sollevera' ed arrestera' tutti questi "soggetti" che compiono questi misfatti, sulla pelle del Popolo reso suddito... !


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In Italia vi sono molti gruppi di famiglie che: si oppongono alle violenze e invadenze di vaccini, trattamenti psichiatrici, espianti, medicalizzazioni e trattamenti farmacologici forzati (TSO), che cercano di diffondere le notizie taciute dalla stampa sulla dannosità della maggior parte delle terapie della medicina ufficiale, sulla tossicità dei farmaci di sintesi chimica.
Che si battono per dare dignità alle terapie "non convenzionali", agli approcci dietetici e igienisti;
Che si battono per dare spazio alla prevenzione primaria (che come tale è a costo zero) e ad una corretta informazione che non sia succube degli interessi delle case farmaceutiche e della casta dei medici ortodossi.
Che si oppongono al sempre crescente e squallido business della cosiddetta "ricerca medica" e finalizzata alla messa in commercio di nuovi farmaci altrettanto tossici e velenosi di quelli vecchi.
Che si battono contro la vivisezione e contro ogni sperimentazione sugli animali, sia perché eticamente inaccettabile, sia perché incapace di dare informazioni utili per l'uomo

Lo scopo della rete libera WEB è di mettere in contatto tutte queste isolette del vasto arcipelago di opposizione ai dogmi imperanti della pseudo-scienza e della pseudo-ricerca medica, di collettivizzare saperi e tecniche di opposizione alle imposizioni autoritarie, di creare iniziative congiunte a sostegno delle lotte di ogni singolo gruppo.

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