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Alternative Medicine"
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GIUDEO - CRISTIANI     
 

Giudeo Cristianesimo

Nella Chiesa delle origini dal 30 al 120 d.C., convivevano persone e gruppi diversi sia per provenienza che per alcune concezioni e usanze. In base ai dati del Nuovo Testamento e della letteratura cristiana antica si possono distinguere:

1)              Giudei di Gerusalemme di lingua aramaica (gli «ebrei» di At 6,1), con i quali entrano in conflitto quelli di lingua greca per una disparità nell'assistenza, ma forse anche per diversità di concezioni sul culto al tempio;

2)              Giudei di Gerusalemme di lingua greca (gli «ellenisti» di At 6,1.5), che praticavano un culto in lingua greca che doveva essere diverso da quello in lingua aramaica praticato dagli «ebrei», che a un certo punto ebbero una sorta di organismo direttivo formato da sette persone, tra cui Stefano (At 6,2-6), erano critici verso la legge e il tempio (At 6,11.13-14; 7,48; 8,1), furono i primi missionari tra i pagani e accettarono la comunione coi cristiani di origine pagana non circoncisi (At 8,4-6.12-13.26-40; 11,20-21);

3)              Giudei che praticavano tutti i precetti della legge mosaica e non accettavano la comunione di mensa coi cristiani di origine pagana, ai quali volevano anche imporre la circoncisione (At 11,2-3; 15,1-2.5; Gal 1,6-9; 2,4-5.12-13; 3,1-3; 5,2-12; 6,12-15);

4)              Giudei che praticavano tutti i precetti della legge mosaica, sostenevano che i pagani divenuti credenti in Cristo non dovevano circoncidersi e accettavano la comunione di mensa con loro, purché rispettassero alcune prescrizioni alimentari giudaiche (At 10,28; 15,2.19-20.28-29; Gal 2,3; 1 Cor 7,18; Rom 2,26; 3,1; 4,11);

5)              Giudei che avevano abbandonato le prescrizioni della legge mosaica e il rito della circoncisione per i loro figli (At 21,21);

6)              Giudei che erano stati scribi, probabilmente farisei (Mt 13,52; 23,34);

7)              Giudei provenienti dalle fila dei farisei (At 15,5);

8)              Giudei provenienti dall'essenismo (per i quali rimando ai miei interventi dell'1 febbraio 2003, del 19 settembre 2003 e del 28 aprile 2004);

9)              comunità di Damasco, sorta prima della conversione e dell'arrivo di Paolo (33-35 d.C.), di cui faceva parte Anania (At 9,1-2.10-21; 22,5.12-16; 26,11-12);

10)         comunità di Alessandria sorta prima dell'arrivo di Paolo a Efeso durante il suo terzo viaggio (53-54 d.C.), comunità dalla quale proveniva Apollo (At 18,24-25) e che praticava «il battesimo di Giovanni» (At 18,25), cioè un battesimo per la purificazione del corpo e la remissione dei peccati dopo la conversione personale;

11)         comunità prepaolina di Efeso (At 19,1-7), i cui membri praticavano «il battesimo di Giovanni» (At 19,3) e che dopo il battesimo da parte di Paolo ricevono lo Spirito Santo (At 19,5-6), ciò che si collega al fatto che il battesimo  cristiano  è  un  battesimo  nello  Spirito  (Mt 3,11; 28,19; Mc 1,8; Lc 3,16; Gv 1,33; At 1,5; 2,38; 11,16; 1 Cor 12,13; Tt 3,5);   

12)         comunità di Roma, sorta prima della redazione della Lettera ai Romani (57-58 d.C.) e molto probabilmente già esistente al tempo dell'editto di Claudio (49-50 d.C.), che cacciò dalla città quei Giudei che fomentavano disordini «impulsore Chresto» (Svetonio, Vita di Claudio, 25); tra di essi vi erano Aquila e Priscilla, che Paolo trova a Corinto durante il suo secondo viaggio (49-52 d.C.) e che verosimilmente erano già cristiani, poiché Luca non dice che furono convertiti da Paolo (At 18,1-3);

13)         samaritani e Giudei convertiti dal giudeo ellenista Filippo (At 8,4-6.12-13.26-40);

14)         Giudei della diaspora convertiti dagli ellenisti in Fenicia e a Cipro (At 11,19);

15)         pagani convertiti dagli ellenisti ad Antiochia (At 11,20-21);

16)         pagani convertiti da Pietro a Cesarea (At 10,44-48; 11,17-18; 15,7-11);

17)         pagani convertiti da Paolo e dai suoi collaboratori in diverse città;

18)         gruppi diversi formatisi ad Antiochia (Gal 2,13-14);

19)         gruppi diversi formatisi in Galazia (Gal 1,6-7; 3,1; 4,9-10; 5,7);

20)         gruppi diversi formatisi a Corinto (1 Cor 1,10-12; 3,3-4; 11,16.18-19; 2 Cor 12,20);

21)         gruppo di cui parla Paolo in 2 Cor 10,2 - 12,21, costituito da Giudei divenuti credenti in Cristo (2 Cor 11,22-23), che si sono introdotti nella comunità di Corinto dall'esterno (2 Cor 11,3-4) e predicano «un altro Gesù» e «un altro vangelo» (2 Cor 12,4); Paolo li definisce «superapostoli» (2 Cor 11,5; 12,11), «pseudoapostoli, operai fraudolenti, mascherati da apostoli di Cristo» (2 Cor 11,13);

22)         gruppo interno alla Chiesa di Corinto, che praticava un battesimo «per i morti» (1 Cor 15,29), probabilmente "al posto" dei morti, cioè, con un'iniziale pratica di suffragio, per assicurare la salvezza a quelli che erano morti senza aver ricevuto il battesimo;

23)         gruppo di cui parla Paolo nella Lettera ai Filippesi (Fil 1,28; 3,2-5), probabilmente costituito da Giudei convertiti che pretendevano la circoncisione dei pagani convertiti, visti i termini «mutilazione» in Fil 3,2 e «circoncisione» in Fil 3,3.5;

24)         nazorei, di cui parlano Epifanio (Panarion XVIII e XXIX), Girolamo (De viris ill. III,2-4; PL XXIII; In Is. 8,11-22; 9,1; 11,1-3; 29,17-21; PL XXIV; In Matth. 23,35; PL XXVI; Ep. 112,13; CSEL LV) e Giuseppe di Tiberiade (Hypomnesticon), che secondo Epifanio sono nati intorno al 66 d.C. dopo la fuga a Pella dei giudeo-cristiani di Gerusalemme (Pan. XXIX,7,8), ma che verosimilmente sono nati prima (cfr. At 24,5 e 28,22), che osservavano i precetti della legge mosaica, continuavano a usare l'originale Vangelo di Matteo in ebraico «nella sua interezza» secondo Epifanio (Pan. XXIX,9,4), cioè senza le falsificazioni e mutilazioni apportate degli ebioniti, riconoscevano e accettavano la missione di Paolo e avevano una cristologia assolutamente ortodossa sia secondo Epifanio (Pan. XXIX,7,6), sia secondo Girolamo, il quale in una sua lettera ad Agostino dice che i nazorei «credono in Cristo, Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria, e dicono pure che è lui che ha patito sotto Ponzio Pilato e che è risuscitato, proprio come lo crediamo anche noi» (Ep. 112,13; CSEL LV);

25)         gruppo o comunità che ha prodotto la Lettera di Giacomo (cfr. Gc 5,14), che distingueva se stesso da quelli che si fanno ingannare (Gc 1,16) e che si smarriscono (Gc 5,19) e condannava una sapienza (sophia) «terrestre, psichica, demoniaca» (Gc 3,15). Tale gruppo riteneva che i peccati degli uomini, originati dalla loro concupiscenza (Gc 1,15), fossero rimessi per le loro opere buone (Gc 2,24; 5,20), o per la preghiera dei presbiteri (Gc 5,15) o di Giacomo (nella notizia di Egesippo su Giacomo (in Eusebio, Hist. eccl. II,3,6) questi chiedeva ogni giorno perdono per il popolo). Non sappiamo se questo gruppo ritenesse o meno che i peccati degli uomini fossero rimessi per i meriti e le sofferenze di Cristo, idea questa assai diffusa e centrale nella cristologia, che si ritrova nel Vangelo di Matteo (Mt 26,28), nel corpus giovanneo (Gv 1,29; 1 Gv 1,7; 2,2; 4,10; Ap 1,5), nel corpus paolino (Rm 3,25; 4, 25; 1 Cor 15,3; Gal 1,3-4; Ef 1,7; Tt 2,14), nella Lettera agli Ebrei (Eb 1,3; 2,17; 7,27; 9,28; 10,12) e nella prima Lettera di Pietro (1 Pt 3,18); e non è facile capire se per questo gruppo il peccato origina dalla trasgressione di una norma (concezione che avrebbe radici farisaiche), oppure è inteso come una sorta di status originario indipendente dalla volontà del singolo, concezione che avrebbe radici nell'essenismo (cfr. 1QH XII,29; 4Q181 fr. 1,1; 1 Enoc LXXXI,5) e in Paolo (cfr. Rm 3,23; 5,12.17-21; 7,8.11.14-24);

26)         gruppo dei seguaci di Simone Mago, samaritano che «esercitava la magia» (At 8,9) e che fu convertito e battezzato dall'ellenista Filippo (At 8,13). Di lui parlano, oltre agli Atti degli Apostoli, anche Giustino, Ireneo, Clemente Alessandrino, Ippolito Romano, Girolamo, Eusebio, gli Atti di Pietro e la letteratura pseudoclementina. Si faceva chiamare «Potenza di Dio Grande» (At 8,10), «Paraclito» e «Onnipotente» (Girolamo, In Matth., XXIV,5; PL XXVI) ed era venerato come un dio (Giustino, Apol. I,26,3; 56,2). Si recò a Roma ai tempi di Claudio ed ebbe lì molti seguaci. Ma la statua ritrovata nell'isola tiberina nel 1574, che porta l'iscrizione "Semoni Sanco deo fidio sacrum", era dedicata non a lui, come pensano alcuni, ma al dio sabino Semo Sancus. Aveva come compagna Elena, un'ex prostituta di Tiro, che secondo lui era "l'idea primordiale" e aveva creato gli angeli, i quali a loro volta avevano creato il mondo materiale. Egli diceva di essere venuto a liberarla dal corpo materiale. Secondo Ireneo, Simone affermava di essere apparso ai samaritani come «Padre», ai Giudei come «Figlio» e ai pagani come «Spirito Santo» (Adv. haer. I,23,2; 27,4);    

27)         gruppo di cui si parla in Ef 5,6-7, costituito da «figli della disobbedienza» (Ef 5,6), che ingannano «con vuote parole» (Ef 5,6), e ai quali non ci si deve associare (Ef 5,7). Anche se la «disobbedienza» in molti passi del Nuovo Testamento è sinonimo o di generica trasgressione di norme etico-religiose (Lc 1,17; Rm 10,21 (che cita Is 65,2); 11,30; Ef 2,2; Tt 1,16; 3,3; Eb 4,6), o di mancanza di fede (Gv 3,36; At 14,2; 26,19; Rm 2,8; 10,16; 11,31; 15,31; 1 Pt 2,8; 3,1; 4,17; Eb 3,18; 11,31), in questo caso il riferimento a «vuote parole» (Ef 5,6) e il divieto di diventare compagni di quelli che le proferiscono (Ef 5,7) fanno pensare a un gruppo che aveva aderito alla fede;

28)         comunità giovannee (cfr. Gv 3,5-8; 4,23; 8,31; 9,35-39; 11,25-27; 17,20-26; 20,26-29; 21,24; 3 Gv 6.9; Ap 1,4.11.20; 2,7.11.17.23; 3,6.13.22; 22,16), che sono in diverse città (3 Gv 3.6.7.10; Ap 1,4.11.20; 2,7.11.17.23; 3,6.13.22; 22,16), che celebravano la Pasqua il 14 Nisan, in qualunque giorno della settimana cadesse (cfr. Eusebio, Hist. eccl. V,23-24) e che da un lato insistevano sul fatto che Gesù era un uomo (Gv 4,29; 5,12; 7,46; 8,40; 9,11.24; 10,33; 11,47.50; 18,14.17.29; 19,5), dall'altro affermavano direttamente che Gesù era Dio (Gv 1,1.18; 5,18; 10,30.33; 20,28), che preesisteva alla sua incarnazione (Gv 1,1-2.14.18; 3,13; 6,38.41-42.51; 1 Gv 1,1-2; 2,13-14; Ap 22,13) e che il Padre era in lui e lui nel Padre (Gv 1,18; 10,30.38; 14,10-11.20; 17,21); a un certo punto furono espulse dalle sinagoghe (cfr. Gv 9,22; 12,42; 16,2-3), forse perché affermavano direttamente che Gesù era Dio; e a un certo punto furono critiche verso il tempio (cfr. Gv 4,21-24), verso il riposo sabbatico (cfr. Gv 5,16-17) e verso i riti giudaici di purificazione (cfr. Gv 15,3);

29)         gruppo separatosi dalle comunità giovannee (1 Gv 2,18-19.26; 3,7; 4,1-6; 2 Gv 7.10-11; Ap 2,2), i cui membri, definiti «anticristi» (1 Gv 2,18; cfr. 1 Gv 2,22; 4,3, 2 Gv 7),  dicono di essere in comunione con Dio (1 Gv 1,6; 2,6), di conoscere Dio (1 Gv 2,4; 4,8), di essere nella luce (1 Gv 2,9) e professano che Gesù non è venuto nella carne (1 Gv 4,1-3; 2 Gv 7), probabilmente un gruppo di doceti o un iniziale gruppo gnostico;

30)         gruppo di cui parla Paolo in Fil 3,18-21, i cui membri definisce «nemici della croce di Cristo», forse perché negavano la risurrezione della carne o la risurrezione di Cristo (cfr. Fil 3,20-21), probabilmente di doceti;

31)         gruppi nati all'interno delle chiese paoline, a cui a un certo punto aderirono Imeneo, Fileto e Alessandro (1 Tm 1,19-20; 2 Tm 2,16-18; 4,14-15), che negavano la risurrezione della carne (1 Cor 15,12-13.15-16.29-32; 2 Tm 2,18), probabilmente doceti;

32)         gruppi che predicano «di astenersi dai cibi» e proibiscono di sposarsi (1 Tm 4,3), i cui membri fanno traviare (1 Tm 4,1) e sono «bugiardi» (1 Tm 4,2);

33)          gruppi gnostici iniziali, che professando una «falsamente nominata conoscenza» (1 Tm 6,20) e dichiarando «di conoscere Dio» (Tt 1,16), insegnano un'altra dottrina (1 Tm 1,3; 6,3) opposta alla «sana dottrina» (1 Tm 1,10; 2 Tm 4,3; Tt 1,9; 2,1) e «sviarono riguardo alla fede» (1 Tm 6,21); il fatto che in 1 Tm 6,20 Timoteo viene invitato ad evitare «i vuoti discorsi profani e le opposizioni di una falsamente nominata conoscenza» (pseudonymou gnoseos) presuppone che venisse già usato il termine tecnico gnosis nelle dottrine che Timoteo viene invitato ad evitare;

34)         gruppo nato nella comunità paolina di Colossi, che abbindolava gli altri con la «filosofia» (Col 2,8), «per cibi, bevande o in materia di una festa o di novilunio o di sabati» (Col 2,16), per la sottomissione a precetti giudaici (Col 2,20-23) e «nel culto degli angeli» (Col 2,18), forse un gruppo che osservava la legge mosaica e che aveva una cristologia angelica, condannata sia nella stessa Lettera ai Colossesi, dove si afferma che gli angeli sono stati creati per mezzo di Cristo (Col 1,16) e quindi Cristo non può essere un angelo, sia nella Lettera agli Ebrei, che afferma ripetutamente, evidentemente polemizzando con qualcuno, che Cristo è superiore agli angeli (Eb 1,4-13; 2,5);

35)         gruppo dei «nicolaiti» (Ap 2,6.15), i cui membri sono accusati di mangiare carne immolata agli idoli (Ap 2,14.20) e di fornicazione (Ap 2,14.20-22);

36)         gruppo di cui parla Clemente Romano nella sua Lettera ai Corinzi (1 Clem. I,1; III,3; XIV,1-2; XLVI,5.8; XLVII,6; LI,1; LIV,1; LVII,1-2; LXIII,1), che negli ultimi anni del primo secolo, istigato da qualcuno (1 Clem. XLVII,5), si è ribellato ai presbiteri della Chiesa di Corinto, perché voleva che alcuni fossero esonerati dall'episcopato (1 Clem. XLIV,3-6), forse per «gelosia» (1 Clem. LXIII,2). Clemente invita questo gruppo alla pace e alla riconciliazione, affermando che i presbiteri di Corinto hanno «servito rettamente il gregge di Cristo» (1 Clem. XLIV,3), hanno una «ottima condotta» (1 Clem. XLIV,6), sono «giusti e innocenti» (1 Clem. XLVI,4);

37)         gruppi descritti nella seconda Lettera di Pietro (2 Pt 1,16; 2,1-22; 3,3) e nella Lettera di Giuda (Gd 4-19), accusati di libertinaggio, lussuria e corruzione (2 Pt 2,2-3.10.14.18-19; 3,3; Gd 4.7-8.16.18), di rinnegare Cristo (2 Pt 2,1; Gd 4), di essere «falsi maestri» (2 Pt 2,1), di non seguire «la via della verità» (2 Pt 2,2) e di essere in «errore» (2 Pt 2,18; 3,17; Gd 11); si afferma che promettono agli altri «la libertà, mentre sono, essi stessi, schiavi della corruzione» (2 Pt 2,19); probabilmente si tratta di iniziali gruppi gnostici, vista la frequenza con cui nella seconda Lettera di Pietro sono usati il termine «conoscenza» (2 Pt 1,2.3.5.6.8; 2,20; 3,18) e il verbo conoscere (2 Pt 1,20; 2,21);

38)         ebioniti, di cui parlano Ireneo (Adv. haer. I,26,1-2; III,11,7), Origene (Contra Celsum 5,61-65; PG XI; In Matth. 16,12; PG XIII),  Ippolito Romano (Refutatio VII,35), Epifanio (Pan. XXX), Girolamo (De viris ill. IX,1; PL XXIII) ed Eusebio (Hist. eccl. III,27,1-4), nati probabilmente dopo la morte di Giacomo (62 d.C.) e prima dello scoppio della guerra giudaica (66 d.C.), che accettavano solo un Vangelo di Matteo modificato redatto in greco, di cui si trovano frammenti in Epifanio (Pan. XXX,13,3-8), rifiutavano Paolo, negavano la divinità di Cristo, negavano la preesistenza di Cristo, affermavano che lo Spirito Santo era sceso in lui solo al momento del battesimo nel Giordano, facevano quotidiani battesimi per immersione, usavano acqua e non vino per l'eucaristia;

39)          elchasaiti, di cui parlano Origene (Hom. in Ps. 32, cit. in Eusebio, Hist. eccl. VI,38), Ippolito Romano (Ref. IX,13-17 e X,29) ed Epifanio (Pan. XIX e LIII), che praticavano un battesimo per immersione che poteva essere somministrato più volte, ritenevano che Cristo fosse androgino, che lo Spirito Santo fosse di natura femminile e che vi è stato un "travaso" del Cristo in diversi soggetti storici;

40)         doceti, di cui parlano Ignazio di Antiochia (Smirn. IV - VII; Trall. IX - XI; Magn. X - XI; Ef. VII e XVIII), che scrive le sue lettere, essendo morto martire sotto Traiano, prima del 117 d.C., Ippolito Romano (Ref. VIII,8-11; X,16) e Teodoreto di Cirro (Ep. LXXXII), che affermavano che il Cristo aveva l'apparenza di uomo, ma non aveva natura umana e carnale, e negavano la passione e risurrezione di Cristo, sostenendo che sia la sua nascita che la sua passione che la sua risurrezione sono state apparenze.

Tra la fine del primo secolo d.C. e l'inizio del secondo il cristianesimo era dunque una realtà multiforme e variegata. Nel corso del secondo secolo la maggioranza dei gruppi e comunità sopra descritti hanno trovato una forma di integrazione nella Chiesa. Sono stati tenuti fuori alcuni gruppi per la loro cristologia, che fu ritenuta diversa da quella della tradizione apostolica: i seguaci di Simone Mago, gli ebioniti, gli elcasaiti, i doceti e gli gnostici. Sono stati tenuti fuori  anche i nicolaiti e i cristiani di origine giudea che volevano imporre ai pagani convertiti la circoncisione. Gli altri hanno trovato forme di coesistenza e di incontro.
Data la grande varietà di idee e di posizioni, nella seconda metà del primo secolo si è cominciato a distinguere tra ciò che era e ciò che non era conforme alle tradizioni che risalivano agli apostoli e tra ciò che era e ciò che non era contrario a queste tradizioni. Ad esempio, la circoncisione dei pagani divenuti cristiani è stata ritenuta non apostolica, perché non era stata sostenuta né dai dodici, né da Giacomo, né da Paolo. Lo stesso vale per le idee che Gesù non era un uomo, o che non possedeva la natura divina, o che non era risorto dai morti. È importante sottolineare che le tradizioni apostoliche erano numerose e diverse (come del resto attestano le diversità dei ventisette libri del Nuovo Testamento) e dunque che nella Chiesa vi è stato in qualche modo un incontro tra queste diversità.
By Salvatore Capo


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I Romani, Roma ed il Cristos
Isola di Patmos, 94 d.C. Siamo nel primo anno del regno di Nerva e Roma è ancora potente: il suo impero si estende su quasi tutto il mondo allora conosciuto. Su quell'isoletta c'è un uomo in esilio; si tratta dell'apostolo Giovanni, quello che l'esegesi cattolica ritiene il "prediletto" di Gesù.
Quest'uomo, nella sua forzata solitudine, riceve, all'improvviso, una sconvolgente visione che si affretterà a redigere in greco e che intitolerà "Apocalisse".
Questa, perlomeno, la versione accettata dalla Chiesa. Nel 1545, il Concilio di Trento (1545-1563), che aveva nei suoi intenti la ridefinizione ferrea dell'esegesi cattolica e dell'ordinamento ecclesiastico in contrapposizione al pericoloso diffondersi del protestantesimo in Europa, classificò definitivamente l'"Apocalisse" fra i testi canonici e decretò la suddetta interpretazione della sua genesi in modo inappellabile. Non tutte le Chiese, però, l'hanno accettata e, tuttora, la respingono come testo sacro.
Se, poi, andiamo a ritroso nel tempo, vediamo che l'Apocalisse è stata rigettata da numerosi Padri della Chiesa e uomini di fede cattolica: Origene, forse il più grande (morto nel 254), la ignorò addirittura.
San Dionigi d'Alessandria (261) sollevò non poche obiezioni; il Concilio di Laodicea del 362 non accetta che l'Apocalisse venga iscritta nel Canone ufficiale della Chiesa.
Altri Padri della Chiesa si schiereranno contro questo testo risultante alquanto oscuro per la loro onestà epistemologica. Ambelain, nella sua opera "Il segreto dei Templari", cita San Basilio (morto nel 379), San Cirillo di Gerusalemme (386), Gregorio Nazianzeno (390), Gregorio di Nysse (400).
Inoltre, si sottolinea l'indifferenza totale di San Giovanni Crisostomo (407) e Teodoro, che nemmeno citano l'Apocalisse fra i testi che servono loro per l'opera pastorale che svolgono.
Perché tutte queste perplessità, quando non addirittura ostilità ?
La ragione fondamentale, ancora una volta, va ricercata nel carattere di evidente "scomodità" che possiede la verità per i canoni ufficiali della Chiesa Cattolica. Ma, ciò nonostante, è ancora possibile, attraverso uno studio attento e la lettura di autori che possiamo definire coraggiosi ricercatori della verità, ricostruire il vero per separarlo dal falso. E, nel caso dell'"Apocalisse", non è lavoro indifferente.
Innanzitutto, consideriamo che, il testo attribuito a Giovanni ignora completamente alcuni aspetti fondamentali degli assunti cattolici riguardo la vita del "Cristo".
Questi sono:
- l'esistenza dei dodici apostoli e la presunta consegna loro, da parte di Gesù, della guida della Chiesa;
- l'esistenza di Pietro, quale capo supremo del nascente Cristianesimo;
- l'esistenza e la missione e la morte (67 d.C.) dello stesso Paolo;
- l'esistenza dei quattro Vangeli canonici e apocrifi;
- l'esistenza delle epistole di Paolo;
- la designazione dei 72 discepoli e la loro missione.

Del resto, potrà obiettare qualcuno, questi elementi non possono considerarsi obbligatori per una "visione", il cui carattere profetico non è, specificamente, epistemologico. L'obiezione è lecita, ma non sufficiente a tacitare le perplessità che le notevoli differenze impostative dell'Apocalisse sopra elencate sollevano in noi.
Rifacendomi ad un testo già citato e, per molti versi, sconvolgente per quanto valido e strutturato con cognizione accademica e scrupolosità, ovvero "Il segreto dei Templari" di Ambelain, colgo solamente, in quest'articolo, alcuni aspetti che fanno riflettere.
Ad esempio, al capitolo IX, versetto 11, si legge:
"E aveano quale re, sopra di loro, l'angelo dell'Abisso, che in ebraico ha nome Abaddon ed in greco Apollyon..."

Ma cos'era, veramente, nella lingua greca, un "angelos" ? Nient'altro che un "messaggero" che non era affatto divino, bensì un incaricato, un "inviato".
Non dobbiamo dimenticare che, nel greco dell'epoca, le entità spirituali nelle quali, eventualmente ma non precisamente, potremmo identificare gli angeli come li intendiamo noi, si chiamavano "daimon", "diabolos" o "kakodaimon".
Ma, soprattutto, ricordiamo che l'Apocalisse è stata più volte tradotta nel corso dei secoli, e che ogni successivo traduttore si è sentito in dovere di apporre del suo e di dare la propria interpretazione di "Angelo degli Abissi".
A questo punto, siccome ci sono fondati motivi per ritenere l'Apocalisse scritta in aramaico (oltre alla vera data di compilazione che, come vedremo, va anticipata di molto), consideriamo che "Abaddon" può voler dire "Perdizione", come si ritrova nel Sefer Raziel, ovvero "Abdouth" (aleph-beth-daleth-vaw-thau). E, "Perdizione", è il nome dell'Angelo che viene da Est, alla terza tèquofah.
Insomma, il vero carattere dell'Apocalisse, pare delinearsi come tutt'altra cosa che una profezia mistica, bensì come un testo destinato ad incitare il popolo ebraico alla ribellione verso l'oppressore romano, dunque in un'epoca di stridenti conflitti fra fazioni giudaiche ed il potere dell'Impero.
Dobbiamo, perciò, retrodatare di molti decenni la stesura dell'Apocalisse e dobbiamo collegare strettamente questo testo all'operato di Giovanni Battista.
 Ambelain individua precisamente la data in cui il Battista ricevette l'Apocalisse: 28 d.C, quindicesimo anno del regno di Tiberio.
Nel prologo dell'Apocalisse stessa, infatti, ne troviamo conferma:
"Rivelazione di Gesù, l'Unto del Signore, che Dio gli ha data perché egli mostri ai suoi servi le cose che debbono avvenire in breve. Egli invia il suo messaggero per farla conoscere al suo servo, Giovanni, il quale ha attestato la parola di Dio e la testimonianza di Gesù, l'Unto..."
e, più sotto:
"Io, Gesù, ho inviato il mio angelo per attestarvi queste rivelazioni in seno alle Chiese. Io sono la radice e la progenie di Davide, la fulgida Stella del mattino... Colui che ha sete si avvicini, colui che lo desidera riceva in dono l'acqua della vita. Colui che attesta queste cose dice: 'Sì, il mio ritorno è vicino'..." (Apocalisse: Epilogo, XXII, 16-20).

Ora, intanto "unto", in greco, significa né più né meno che Cristo. Infatti, il termine "Christos" corrisponde, appunto, a "Unto", ovvero qualcosa come "incaricato"; inoltre, dobbiamo riflettere che se l'Apocalisse fosse stata effettivamente una profezia di Giovanni, l'apostolo, del 94 d. C., essa non si sarebbe ancora realizzata, poiché Cristo non è mai "ritornato".
In realtà, è il Giovanni Battista, che riceve "direttamente da Gesù", l'Apocalisse, e questo in un preciso momento storico, ovvero immediatamente dopo il fallimento della sommossa zelota e giudaica del Censimento con conseguenti disastrose rappresaglie romane e stragi di corpi militari zeloti. Insomma, si tratta dell'annuncio di un ritorno militare o, tutt'al più, politico, di Gesù e la data, il 28 della nostra era, corrisponde, effettivamente, ad un "passaggio di consegne" da Giovanni Battista a Gesù stesso.
Anche il termine "ekklesia" può trovare il suo corrispondente ebraico in "Kahal", dal significato identico, ovvero unione di tutti i fedeli in un dato luogo.
L'autore dell'Apocalisse, insomma, sarebbe proprio lo stesso Gesù, un Gesù a capo di una precisa corrente giudaica decisa ad opporsi in ogni modo all'occupazione romana in nome di un mai sopito desiderio di indipendenza.
L'Apocalisse non manca di questo tipo di appelli:
"Maledizione, maledizione, maledizione agli abitanti della Terra..." (VIII,
13) "Guai a voi, o terra e mare..." (XII, 12)
"A colui che vince e che persevera nelle mie opere sino alla fine, io darò la potestà sulle nazioni. Ed egli le reggerà con una verga di ferro ! Frantumandole come vasi d'argilla ! Allo stesso modo in cui io ricevetti potestà dal Padre mio... Ed io gli darò la stella mattutina..." (II, 26-28)

È comprensibile, a questo punto, come i vari organi di amministrazione politica e militare romana preposti alla Giudea fossero allarmati da tali e simili pressanti appelli alla sommossa. I vari procuratori, Pilato, Marcello, ed altri collaboratori di Cesare, avranno senz'altro fruito di numerose delazioni, visto che i popoli giudaici si frazionavano in una galassia di gruppi e sette spesso in contrasto fra essi. Insomma, quel "Chrestos" faceva paura a Roma.
Da qui, come segnala argutamente lo stesso Ambelain, la frase indicativa di Svetonio, che, nel 52 d.C., nell'opera "Vita dei dodici Cesari", scrive:
"Siccome gli ebrei, istigati da un certo Chrestos, erano sempre in rivolta, egli li scacciò da Roma..." (Claudio, XXV).
Si comprende come i primi Padri della Chiesa, tutti intenti a diffondere il "loro" credo Cristiano, fossero allarmati e si dessero da fare in mille modi per occultare la vera natura dell'operato di Gesù. E, per questo, l'Apocalisse fu "travestita" da quello che ora noi abbiamo imparato dai testi cattolici.
Annotiamo, anche, che dal 161 al 180 e dal 240 al 251, ci furono parecchie esecuzioni di cristiani sotto Marco Aurelio e Decio. Ma c'è un certo Antipa, ucciso dai romani nella città di Pergamo, che risale invece, al tempo stesso di Gesù. Ed è proprio di lui che si accenna nell'Apocalisse, laddove leggiamo:
"All'angelo della chiesa di Pergamo, scrivi: Così parla colui che ha la spada acuta a due tagli. Io conosco dove tu abiti, cioè là dov'è il trono di Satana. Ma tu sei forte nel mio nome e non hai mai rinnegato la mia fede, neppure nei giorni in cui Antipa, mio fedele testimonio, fu ucciso fra voi nella terra di Satana..." (Apocalisse: II, 13).
Si trattava, insomma, di "messaggeri" umanissimi, in carne ed ossa... Questo Antipa, dunque, era un fedele e contemporaneo di Gesù che pagò con la vita la sua dedizione al Maestro. Gli esegeti non ne parlano: se ne guardano bene. Anche da questi importantissimi particolari, potrebbero esplodere quelle "mine" che sgretolerebbero dalle fondamenta l'edificio del Cristianesimo così come ci è stato tramandato da circa 1700 anni.
Ma ciò che abbiamo detto fin qui, è solo un capitolo di una trama ben più vasta e sconvolgente. La trama di una verità venuta a conoscenza dei Cavalieri Templari i quali, molto probabilmente, furono sterminati soprattutto per questo.
By Antonio Bruno

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I VANGELI GIUDEO-CRISTIANI
Brano tratto dal libro NUOVE IPOTESI SU GESU' di David Donnini,
Macro Edizioni, Cesena (seconda edizione, 1998)

In parallelo con la predicazione di Paolo, tendente a scindere il cristianesimo dalla sua matrice giudaica, esistevano seguaci dell'insegnamento di Gesù che non avevano alcuna intenzione di abbandonare la legge mosaica.
Esisteva cioè un cristianesimo giudaico, una concezione coerente con gli insegnamenti del Messia ebreo, il quale non aveva mai cercato di istituire una Chiesa extragiudaica; al contrario, si era presentato come l'Unto di Yaveh, venuto a ricostruire l'antico regno di Davide e a purificare la società ebraica dalla corruzione e dalla connivenza col paganesimo.
I giudeo-cristiani, prima del 70 d.C., erano probabilmente i messianisti esseno-zeloti e, dopo il 70 d.C., erano i discendenti degli esseni e degli zeloti, e non potevano assolutamente riconoscersi nell'insegnamento propagato da Paolo di Tarso in ambienti non palestinesi.
I giudeo-cristiani non potevano accettare le libere argomentazioni di un ex fariseo che aveva mescolato concetti del messianismo ebraico con idee mutuate da varie religioni del contesto greco-latino, costruendo una nuova teologia che dichiarava decaduta la legge di Mosè.
I giudeo cristiani avevano i loro Vangeli e, con tutta probabilità i più primitivi fra i Vangeli. Scrive, a questo proposito, lo studioso Marcello Craveri:

"...l'aperto rifiuto ad accettare contaminazioni con le credenze ellenistiche introdotte da Paolo dimostrano proprio, a mio avviso, che questi nuclei giudeo-cristiani sono molto più vicini al pensiero della primitiva comunità cristiana palestinese che non i gruppi greco-romani dal cui ambiente si sono espressi i vangeli canonici. E in molto casi c'è da domandarsi se gli ipsissima verba di Gesù non siano proprio quelli tramandati dai vangeli di codesti nuclei" (I Vangeli Apocrifi, a cura di M. Craveri, Einaudi)

Come si è comportata la corrente facente capo a Paolo nei confronti degli scritti giudeo-cristiani?
Ha ricavato da essi molti elementi ed informazioni riguardanti l'opera e l'insegnamento di Cristo, ha costruito liberamente una sua cristologia e una sua teologia, infine ha dichiarato eretici i Vangeli giudeo-cristiani e li ha tolti di mezzo, poiché in essi c'erano scritte cose che non si potevano più ammettere.
Che cosa è rimasto a noi di questi scritti?
Soltanto brevi citazioni che i Padri della Chiesa, nei secoli II, III, IV, V, hanno riportato nelle loro opere. Ma (si faccia grende attenzione) i Padri della Chiesa, continuatori della linea teologica iniziata da San Paolo, citano tali Vangeli sempre e soltanto per criticarli e per confutarli, pertanto le loro testimonianze sono sempre tendenziose.
Questo non ha impedito loro di trasmetterci alcune utili informazioni. Possiamo leggere:

"...nel Vangelo che essi (gli Ebioniti) usano, detto "secondo Matteo", ma non interamente completo, bensì alterato e mutilato, e che chiamano "ebraico"... hanno tolto la genealogia di Matteo...". (Epifanio, Haer., XXX, 13, 6).

"...(gli Ebioniti) seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo e rifiutano l'apostolo Paolo, chiamandolo apostata della legge...". (Ireneo, Adv. Haer., I, 26).

"...Gli Ebioniti, pertanto, seguendo unicamente il Vangelo che è secondo Matteo, si affidano solo ad esso e non hanno una conoscenza esatta del Signore...". (Ireneo, Adv. Haer., III, 11).

"...costoro pensavano che fossero da rifiutare tutte le lettere dell'apostolo (Paolo), chiamandolo apostata della legge, e servendosi del solo Vangelo detto secondo gli ebrei, tenevano in poco conto tutti gli altri... in conseguenza di un simile atteggiamento hanno ricevuto il nome di ebioniti che indica la povertà della loro intelligenza: il termine, infatti, presso gli ebrei significa povero...". (Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl., III, 27).

Si noti la tendenziosità di queste ultime parole: secondo Eusebio di Ceasrea (262 ca. - 338 ca.), autore di una apologetica Storia della Chiesa, gli ebioniti furono chiamati così per "la povertà della loro intelligenza". La realtà, che Eusebio non conosce, o che vuole nascondere, è un'altra: le prime comunità giudeo-cristiane erano organizzate secondo il principio esseno della condivisione dei beni e dello stile estremamente frugale di vita; l'abbiamo letto chiaramente negli scritti di Filone che gli Esseni "...ritengono che la frugalità con la gioia sia, come in realtà è, un sovrabbondante benessere...". L'interpretazione che Eusebio fornisce per spiegare il nome degli Ebioniti non è l'unica che è stata escogitata dai Padri della Chiesa. Scrive Marcello Craveri:

"...l'esistenza di un eretico di nome Ebion fondatore di una setta è un'invenzione di Epifanio (Haer. XXX, 3, 7) o della fonte a cui attinge, mentre il nome di questi proto-cristiani deriva dall'ebraico ebionim, che significa "gli umili", "i poveri", con riferimento evidente non solo alla semplicità di vita monastica che essi conducevano (pare anche che fossero vegetariani), ma soprattutto allo spirito che animava la loro predicazione: una protesta contro le ingiustizie sociali e contro i ricchi. Del messaggio cristiano essi pongono l'accento soprattutto sul fermento rivoluzionario contenuto nel discorso della montagna e i loro proseliti, probabilmente, provenivano dagli ame-ha-erets, la plebaglia, gli esseri impuri con cui Gesù non aveva disdegnato porsi a mensa a Cafarnao...". (I Vangeli Apocrifi, Einaudi, Torino).

Appare evidente l'intenzione della Chiesa Cristiana dei primi secoli, ormai chiaramente distinta dall'ebraismo, di rifiutare le concezioni giudeo-cristiane, sebbene esse siano state le fonti a cui risale la tradizione primitiva su Gesù.
Afferma lo studioso Luigi Moraldi:

"...gli ebioniti non ammettevano la nascita verginale di Gesù. Gesù Cristo è figlio di Dio non per divina generazione, ma per la sua unione con lo Spirito Santo realizzatasi nel battesimo che, a quanto ci è dato capire, è l'unione di una natura celeste con l'uomo Gesù (ben più di una semplice adozione o ispirazione); compito di Gesù è l'eliminazione dei sacrifici cruenti; gli apostoli furono mandati a Israele; gli ebioniti erano vegetariani, amavano e praticavano la povertà...". (Apocrifi del Nuovo Testamento, UTET, Torino, 1975, p. 359).

Come abbiamo detto, esistevano anche il Vangeli dei Nazorei (o Nazarei, o Nazareni) e il Vangelo degli Ebrei, che alcuni autori considerano come due opere distinte, altri come le diverse denominazioni di una sola opera.

"...(I Nazarei) posseggono il Vangelo secondo Matteo, assolutamente integrale, in ebraico, poiché esso è ancora evidentemente conservato da loro come fu originariamente composto, in scrittura ebraica. Ma non so se abbiano soppresso le genealogie da Abramo fino a Gesù...". (Epifanio, Haer. XXIX, 9,4).

"...(I Nazarei) accettano unicamente il Vangelo secondo gli Ebrei e chiamano apostata l'apostolo (Paolo)...". (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, 1).

"...(I Nazarei) hanno usato soltanto il Vangelo secondo Matteo...". (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, 2).

"...Essi sono Giudei che onorano Cristo come uomo giusto e usano il Vangelo chiamato secondo Pietro...". (idem).

L'esistenza di una setta detta "dei Nazorei", e di un Vangelo che porta questo nome richiama una questione cui abbiamo già accennato.
Infatti è molto poco credibile che Nazorei significhi "abitanti della città di Nazareth", c'è piuttosto da credere che il termine, con cui è definito spesso lo stesso Gesù, indichi i seguaci di un particolare ideale religioso, che può avere relazione, ma non necessariamente, con l'antico nazireato ebraico.

vedi: Esseni + Esseni 2 + Esseni 3 + Esseni e Vangeli + Vangeli Segreti + GNOSI fra i primi Cristiani
+ Vangelo  aramaico +  Origini Cristiane  +  Cattolicesimo

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